Archivi del mese: gennaio 2009

Chris Tomlin – Jesus Messiah – Video

Christopher Dwayne Tomlin (nato il 4 maggio 1972) è un cantante cristiano da Grand Saline, Texas, Stati Uniti. Alcune delle sue più note canzoni sono: , “Indescribable”, “Forever”, Fall Down”, “Your Grace is Enough” “God Of This City”e “Jesus Messiah” Secondo Copyright Licensing International, Tomlin è l’artista più cantato per quanto riguarda la musica cristiana negli Stati Uniti.

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Arabia Saudita: le autorità arrestano un cristiano convertito

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fonte articolo www.porteaperteitalia.org

Cinque mesi fa la figlia di un membro della polizia religiosa saudita era stata brutalmente uccisa per aver parlato su un blog in internet della sua conversione a Cristo, oggi veniamo a conoscenza del fatto che le autorità hanno arrestato un giovane cristiano di 28 anni con l’accusa di aver descritto la sua conversione a Cristo e di aver criticato la magistratura nel suo sito internet.Il 13 gennaio, infatti, la polizia saudita ha arrestato Hamoud Bin Saleh a causa “delle sue opinioni e della sua testimonianza di conversione dall’Islam al Cristianesimo”, secondo quanto affermato dall’Arabic Network for Human Rights Information. Bin Saleh, che era stato incarcerato per ben 9 mesi nel 2004 e per un ulteriore mese nel novembre 2008, è ora detenuto nella prigione Eleisha di Riyadh. Nel suo sito internet, ora oscurato dalle autorità saudite, Bin Saleh ha scritto che il suo cammino verso Cristo cominciò dopo aver assistito alla decapitazione pubblica di tre pakistani accusati di spaccio di droga, tre poveri disadattati. Tale scena lo spinse a fare ricerche approfondite sul sistema legale saudita e sull’Islam in generale, ricerche che lo fecero diventare particolarmente critico nei confronti della sharia (legge islamica) e sulle palesi ingiustizie e contraddizioni in essa contenute. Poi, dopo aver letto dei versetti su come Gesù perdonò la donna adultera – invece che lapidarla -, ricevette definitivamente Cristo come suo personale Salvatore. 

Basta cercare e chiedere la luce di Dio” scriveva in arabo in un post il 22 dicembre scorso. “Non ci sono libri in Arabia Saudita che ti aiutino a fare degli studi comparativi tra l’insegnamento di Maometto (che, secondo me, è una serie di disastri politici, economici e sociali) e l’insegnamento di Gesù, ma ci sono molte risorse nel web che potrebbero spingerti tra le braccia del Padre della Salvezza” affermava nel sito il giovane cristiano saudita.

La conversione dall’Islam al Cristianesimo è un reato in Arabia Saudita, per la precisione si tratta del reato di “apostasia”, ed è punibile con la pena di morte. Il resoconto annuale sulle libertà religiose nel mondo relativo al 2008 e stilato dal Dipartimento di Stato Americano sostiene che ci sono state delle esecuzioni non confermate per blasfemia e apostasia negli ultimi anni in Arabia Saudita.

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Jeremy Camp – Video – “There Will Be a Day”

Jeremy Camp n°1 nella Billboard Chart Christian Album  ci fa ascoltare  “There Will Be a Day”- Bless in the name of Jesus 

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Iran: tre cristiani arrestati a Tehran

jamal - iran

jamal - iran

 fonte articolo www.porteaperteitalia.org

Mentre persino il Vaticano si interroga sulla questione dei cristiani mediorientali, i soprusi e le violenze a loro danno continuano, soprattutto nell’Iran di Ahmadinejad. Tre cristiani provenienti da due famiglie diverse sono stati prelevati e arrestati mercoledì scorso (21 gennaio) senza alcun capo di imputazione. Le forze dell’ordine hanno preso Jamal Ghalishorani (49 anni) e sua moglie Nadereh Jamali dalla loro abitazione a Tehran tra le 7 e le 8 del mattino, circa mezzora dopo aver arrestato Hamik Khachikian, un cristiano armeno anch’egli residente nella capitale iraniana.Ghalishorani e sua moglie (li vedete nelle foto) sono ex musulmani convertiti al cristianesimo: in Iran questo è considerato “apostasia”, potenzialmente punibile con la pena di morte. Tutti e tre fanno parte di una comunità evangelica familiare (house church) hanno un regolare lavoro e non sono supportati da qualsivoglia struttura clericale. 

jamali - moglie- iran

jamali - moglie- iran

 L’ondata di arresti di cristiani non sembra avere fine in Iran, anzi è evidente un aumento della pressione nei confronti dei credenti: mancano capi di imputazione, i motivi non vengono chiariti, vi è un’evidente volontà di spazzare via la presenza cristiana in Medio Oriente. In realtà, le azioni in Iran sembrano rientrare in un piano ben strutturato, mirato a cancellare le minoranze religiose in questo paese. Secondo alcune fonti, gli arresti sono molti di più, le notizie che abbiamo sono quelle che riescono a trapelare: per esempio lo stesso giorno, il 21 gennaio 2009, a quanto pare si contano oltre 10 arresti solo nella capitale, ma, ripetiamo, è difficile avere informazioni chiare, dato che di certo il governo non collabora. Di fatto la strategia del terrore ha una sua potenza persuasiva. La moglie di Khachikian, per esempio, uno dei tre arrestati succitati, è confusa, non sa nemmeno dove abbiano portato il marito e teme per la sua vita; allo stesso modo, la coppia di cristiani arrestati, lasciano una figlia da sola, che per ora è accudita dai parenti, ma si può immaginare lo stato emotivo della ragazza.

Gli arresti spaventano molto anche alla luce del nuovo codice penale iraniano, che prevede la pena di morte appunto per gli “apostati”. Il Consiglio dei Guardiani ha una forte influenza su queste sentenze e sul percorso fondamentalista che ha imboccato la presidenza di Ahmadinejad. Il Consiglio è composto da 6 teologhi islamici fortemente conservatori, nominati dal leader supremo iraniano, e 6 giuristi, nominati invece dalla magistratura e dal parlamento. Questo Consiglio ha il potere di veto nei confronti di qualsiasi progetto di legge che venga ritenuto non in sintonia con la costituzione iraniana e con la legge islamica. In ogni caso vanno considerati anche i fatti di cronaca, più o meno indipendenti dal governo in carica, come l’assassinio di 6 pastori da parte di sconosciuti.

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Altri tre cristiani muoiono nelle carceri

container Eritrea dove vengono detenuti i cristiani

container Eritrea dove vengono detenuti i cristiani

Tre cristiani detenuti in prigioni militari a causa della loro fede in Cristo sono morti negli ultimi 4 mesi in Eritrea. La situazione non cambia in questo paese del corno d’Africa, i cristiani finiscono in malsane carceri militari, dove subiscono torture e vengono poi lasciati morire in condizioni igieniche indescrivibili.L’ultimo caso conosciuto (purtroppo non possiamo conoscerli tutti, perché ovviamente non vi è trasparenza su questo argomento da parte del governo eritreo) risale a venerdì scorso (16 gennaio 2009): un uomo di 42 anni, Mehari Gebreneguse Asgedom, è morto nella prigione di Mitire, a causa delle torture e di complicazioni dovute al diabete, malattia di cui soffriva e che, se non curata, porta alla morte (di fatto il diabete dal 2000 è passato dall’ottavo al quinto posto come causa di morte nel mondo – dopo le malattie infettive, le malattie cardiovascolari, i tumori e gli incidenti – se a ciò si aggiunge il fatto che, come forma di tortura supplementare, i malati non vengono curati in queste prigioni, si ottiene uno scenario davvero disarmante). Asgedom era un membro attivo della Chiesa “Church of the Living God” a Mendefera e il suo caso ha messo in luce altri casi simili.

Mogos Hagos Kiflom, 37 anni, è morto a causa delle torture inflittegli al fine unico di fargli rinnegare la sua fede in Dio: la data precisa del suo decesso non è chiara, ci fanno sapere le fonti che abbiamo in terra eritrea.

Teklesenbet Gebreab Kiflom, 36 anni, è stato lasciato morire di malaria nel tristemente noto carcere militare di Wi’a: dopo essere stato torturato anche lui pesantemente nel tentativo di fargli rinnegare la sua fede, gli sono state negate le cure mediche ed è spirato lasciando madre, moglie e figli in precarie condizioni.

In Eritrea le condizioni di vita dei cristiani che non sono membri delle denominazioni riconosciute dallo stato (Luterana, Cattolica, Ortodossa e Musulmana) sono drammatiche. Il presidente eritreo Isaias Afwerki è impegnato da tempo in una folle campagna di violenze e torture a danno dei cristiani evangelici e di altre denominazioni, consumando le poche risorse di questo paese per uccidere i suoi abitanti, piuttosto che impegnarle negli infiniti problemi sociali, economici e politici dell’Eritrea. Ci giungono notizie di trasferimenti di gruppi di cristiani nel carcere di Mitire, nella zona nord-est del paese, dove non manca l’utilizzo dei famigerati container di metallo come celle. Secondo il Dipartimento di Stato Americano l’Eritrea sale rapidamente nella classifica dei paesi che violano le libertà religiose: difficile avere delle stime, ma la situazione peggiora anno dopo anno.

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Marcos Witt – Sólo en Ti – dal vivo Santiago del Cile 17/06/2006

 

Marcos Witt, musica cristiana live, grabado el 17 de julio de 2006 en la “Arena Santiago” Santiago De Chile. Bless in the name of Jesus 

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India: affrontiamo l’emergenza

India - Casa Distrutta

India - Casa Distrutta

Fonte Articolo www.porteaperteitalia.org.

 Il rischio che si corre quando la stampa non dedica più molta attenzione a un evento drammatico, perché concentrata su altre tragedie o perché tale evento risulta “inflazionato a livello mediatico”, è che si dimentichi che l’emergenza permane, che il dolore non è cessato, che il lavoro da fare è molto.Così potrebbe accadere con la situazione in Orissa, India, ora che la stampa italiana (e internazionale) si concentra su altre questioni, come per esempio la Striscia di Gaza (a tal proposito leggete Israele-Palestina: il conflitto decima i cristiani e Israele-Palestina: a Gaza emergenza umanitaria, anche per i cristiani – Dossier): ma l’emergenza rimane, i campi profughi sono ancora là, gli sfollati (oltre 50.000) affrontano le stesse esigenze e le stesse paure, tra condizioni igieniche precarie, malattie, mancanza di viveri, impossibilità di ritornare alle loro case perché distrutte, con l’angoscia dei cari perduti sempre vivida nei loro cuori e quelle immagini di follia omicida e di terrore stampate nelle loro menti.
Mentre gli estremisti indù sembrano soddisfatti di questa prima ondata di violenze, Porte Aperte si adopera per portare aiuti ai cristiani perseguitati, collaborando anche con altre realtà missionarie e umanitarie per rendere più efficaci gli interventi. Vi avevamo già parlato della nostra opera a favore dei fratelli indiani (opera resa possibile grazie anche a voi) e lo avevamo fatto con un articolo intitolato India: Porte Aperte risponde alla crisi in Orissa: oggi vi diamo un breve aggiornamento.

Non mancano gli ostacoli nella distribuzione degli aiuti, poiché alcune zone sono state difficili da raggiungere e in altre non ci è stato permesso di entrare (Kandhamal per esempio), perciò siamo stati costretti a indirizzare i nostri sforzi sulla parte del territorio accessibile.
Nella prima fase abbiamo consegnato aiuti nei campi profughi governativi come vestiti, coperte, lenzuola, utensili vari, articoli da bagno e, non lo dimentichiamo mai, Bibbie, prendendo nota del fatto che la distribuzione di cibo, seppur molto modesta e non del tutto sufficiente, avveniva senza eccessivi intoppi. Alimenti e generi come quelli appena elencati sono stati distribuiti anche a quelle famiglie rimaste fuori dai campi profughi allestiti dal governo e rifugiatesi in zone rurali nella fuga dalle violenze degli estremisti indù. Abbiamo identificato ONG di indubbia affidabilità oltre che chiese locali e missioni evangeliche, avviando un’indispensabile collaborazione al fine di rendere più efficace la distribuzione degli aiuti: 1.000 consistenti pacchi di viveri hanno raggiunto 1.000 famiglie, mentre oltre 780 pacchi di articoli (come quelli sopra elencati) sono stati distribuiti in 7 differenti distretti.
Nella seconda fase abbiamo migliorato la logistica e la distribuzione, individuando luoghi adatti per lo stivaggio della merce (cosa di non facile realizzazione) e garantendo altri 1.000 pacchi di viveri con maggiore facilità e raggiungendo nel distretto di Rudangiya altre 290 famiglie. Nel campo profughi di questa zona stiamo garantendo assieme alle chiese locali il rifornimento quotidiano di viveri. Ci giungono continue richieste di aiuto da alcune scuole e orfanatrofi, perciò è stata presa la decisione di fornire aiuti alimentari ad alcune di queste istituzioni per bambini. Pacchi di viveri e vestiario aggiuntivi sono stati distribuiti in punti chiave nei distretti di Kalahandi, Bargadh, Balangir, Navrangpur e Gajapati.
Nella terza fase siamo riusciti ad entrare nel distretto di Kandhamal, segno che le autorità hanno riconosciuto l’aiuto dato alla popolazione e hanno tolto alcuni ostacoli al nostro lavoro missionario. Migliaia di pacchi sono stati indirizzati e stivati in questa zona (tra le maggiormente colpite); con questo nuovo anno è già cominciata la distribuzione (sempre cibo, vestiario, articoli per il bagno, la casa, la cura personale, ecc…) e si prevede di poter concludere questa fase entro metà febbraio.

Per ovvie ragioni di sicurezza omettiamo molti particolari dell’attività di Porte Aperte, ma ci sembrava opportuno aggiornarvi sulla situazione, poiché quanto facciamo lo dobbiamo soprattutto a coloro che sostengono come possono la missione di Porte Aperte a favore dei cristiani perseguitati.
Grazie a tutti.
Di cuore.

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Israele-Palestina: il conflitto decima i cristiani

Israele - auto bruciata

Israele - auto bruciata

 fonte articolo www.porteaperteitalia.org

Fiumi di inchiostro inondano il conflitto israeliano-palestinese alla ricerca della spiegazione unica, rendendo lo scenario di guerra ancor più oscuro, buio, nero, come l’inchiostro appunto.  Per Porte Aperte è impossibile trascendere da questa realtà, soprattutto perché in quelle zone vi sono comunità cristiane che soffrono, lacerate dal terrore delle esplosioni e dal dolore per i caduti. Solo ieri mattina i soldati israeliani, appoggiati da elicotteri, carri armati e artiglieria pesante, sono entrati nei quartieri densamente popolati di Gaza City.Il Corriere della Sera scrive: “Migliaia di civili palestinesi sono fuggiti dalle loro case, alcuni ancora in pigiama altri spingendo anziani su sedie a rotelle. Fonti palestinesi riferiscono di accesi combattimenti nel quartiere di Tal al-Hawa. Incursioni di blindati si sarebbero inoltre verificate anche nei quartieri di Sajaiya e Zaitun”. La situazione è incandescente.
Questa notte non sono mancati i raid aerei israeliani con almeno sedici palestinesi uccisi, tra i quali immancabilmente un ragazzo di 13 anni. Altre cinque persone sono rimaste ferite in un attacco contro una moschea di Rafah. I razzi palestinesi, intanto, hanno ricominciato a colpire stamattina le località israeliane, provocando più che altro danni materiali: nel momento in cui scriviamo questo articolo, infatti, non si hanno notizie di ulteriori feriti.
Ieri si era convinti di aver fatto un passo in avanti a livello diplomatico con quel parziale sì di Hamas alla tregua, ma intanto la schiacciante avanzata israeliana prosegue così come il cieco lancio di razzi palestinesi verso le terre israeliane. Mentre il mondo si interroga sull’ambiguità e l’illogicità delle scelte di Hamas, sulla proporzionalità della reazione israeliana, sull’emergenza umanitaria e sulla paralisi della diplomazia internazionale di fronte a un conflitto che non sembra aver fine, Porte Aperte si preoccupa delle condizioni dei cristiani di quelle zone, sempre più sotto assedio e sempre più terrorizzati e in fuga.

I cristiani di Gaza hanno inevitabilmente smesso di riunirsi a causa del conflitto, tuttavia cercano di pregare l’uno per l’altro. “Questo succede soprattutto per telefono“, ci dice un nostro collaboratore. “Durante tutta la giornata i cristiani dentro e fuori Gaza cercano – quando è possibile e le linee funzionano – di telefonarsi per incoraggiarsi a vicenda. Qualunque sia la nostra posizione a proposito del conflitto sulla Striscia di Gaza, le sofferenze ci sono da entrambe le parti“, continua. “Molti muoiono, vengono feriti o rimangono traumatizzati, sia in Israele che a Gaza. Anche i bambini sono dei bersagli. Un triste esempio di questa sofferenza è l’assassinio di una ragazza cristiana di 14 anni, morta letteralmente di paura quando in appena tre minuti attorno a lei sono esplose trenta bombe“.

Negli uffici di Porte Aperte riceviamo continui aggiornamenti “dal fronte”.
In una lettera che suona come un accorato appello, Bishara Awad ed Alex Awad del Bethlehem Bible College (in collaborazione con la Shepherd Society, la Chiesa dell’Alleanza Missionaria a Gerusalemme)  ci dicono che i morti nella Striscia di Gaza aumentano ora dopo ora e le cifre di oltre 1.000 morti e 4.000 feriti ormai sono inadeguate, con un gran numero di vittime tra i bambini e le donne. Mentre le bombe piovono dal cielo, mancano cibo, cure mediche, energia elettrica, gas, manca tutto. Circa 35 famiglie cristiane di Gaza (si stima una popolazione cristiana di circa 3.500 persone nella Striscia) si erano recate per le feste a Betlemme ed ora non possono più fare ritorno a casa, perché la guerra lo impedisce. L’edificio dove ha sede la Palestinian Bible Society, un’oasi nel deserto per i cristiani di quelle zone, è stato colpito, riportando danni materiali di vario tipo; il vicino ospedale anglicano, per fortuna, è uscito indenne dalle esplosioni, ma denuncia la carenza di praticamente tutto, medicine, bendaggi, letti, materiali di tutti i tipi poiché i rifornimenti non riescono ad arrivare a destinazione (senza dimenticare che l’elettricità spesso manca per molte ore): circa un quarto dei feriti sono bambini. Per telefono il Pastore Hanna Massad, leader della Chiesa Battista a Gaza, ci conferma come tutti siano dei bersagli, grandi e piccini, donne e uomini, nessuno escluso. Ci racconta la storia di un fratello che stava bevendo del tè in un momento di tregua dei bombardamenti assieme ai suoi vicini nel loro appartamento al sesto piano di un edificio. All’improvviso ha sentito la moglie che lo chiamava ed è sceso nel suo appartamento per vedere cosa volesse. Pochi istanti e l’edificio è stato scosso dalle fondamenta, colpito da un missile israeliano. Ripresosi dal terrore, il fratello ha cercato di risalire al sesto piano, trovando tutti i vicini morti.
Un altro leader cristiano, raggiunto al telefono, ci dice come, se possibile, i nostri fratelli vivano spesso nei sotterranei delle loro case, proprio perché tutti i loro averi sono divenuti estremamente vulnerabili.

Dopo l’assassinio ad ottobre del 2007 di Rami Ayyad, il gestore della libreria cristiana nella città di Gaza, molti leader cristiani hanno lasciato questa zona per riprendersi da tutte le tensioni causate dalla difficile situazione dei cristiani in terra palestinese. Conosco alcuni leader che vorrebbero ritornare a Gaza perché credono fermamente che sia volontà di Dio che ciò accada. Eppure sono confusi. Si chiedono quale sia il piano esatto di Dio per la loro vita” ci spiega un nostro collaboratore.
Malgrado tutto, i cristiani israeliani, fra cui la comunità degli Ebrei messianici, e i cristiani palestinesi pregano gli uni per gli altri e per le vittime di entrambe le parti. Molte chiese arabe a Gerusalemme e nelle zone palestinesi hanno indetto una giornata di preghiera e digiuno ieri, mercoledì 13 gennaio. La Società Biblica in Israele esorta i cristiani di tutto il mondo ad essere uniti con questa dichiarazione scritta:
I nostri cuori si spezzano nel vedere l’escalation delle ostilità a Gaza e a sud di Israele. Pregate affinché la guerra finisca presto. Pregate affinché Dio dia pace e grazia. Gli israeliani e i palestinesi sono in guerra, ma noi cristiani no. Grazie alla nostra comune identità in Cristo sperimentiamo la pace, mettiamo in pratica il Suo amore e fondiamo la nostra speranza su di Lui. Siamo estremamente decisi a servire le nostre società attraverso il Vangelo della pace e del perdono“.

Ancora una volta, dalle terre in cui la fede in Dio costa di più giunge un insegnamento importante per tutto il Corpo di Cristo.

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Israele-Palestina: a Gaza emergenza umanitaria, anche per i cristiani – Dossier

gaza
gaza
Mentre scriviamo, proprio in questo momento, sono in corso scontri a fuoco tra l’esercito israeliano e le milizie di Hamas a Gaza City, città principale della tristemente famosa Striscia di Gaza. In nessun modo in questo breve articolo entreremo nella questione politico-militare, nelle ragioni del conflitto e tanto meno cercheremo di dare un giudizio su quanto sta accadendo ormai da anni, l’unica cosa che ci permettiamo di dire è che ogni semplificazione della realtà, ogni approssimazione può allontanarci tutti e di molto dalla verità.La Striscia di Gaza è un territorio confinante con Israele ed Egitto, nei pressi della città di Gaza, che si presenta come una regione costiera di 360 km² di superficie, abitata da circa 1.400.000 abitanti di etnia arabo palestinese, quindi con un’altissima densità di popolazione (tra le più alte al mondo). A livello internazionale non è riconosciuta come parte di un paese sovrano. L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) la considera parte integrante dei territori palestinesi, anche se il controllo effettivo della zona è nelle mani di Hamas, partito vincitore delle elezioni del 2007 e protagonista di una violenta campagna per prendere materialmente il potere nella Striscia.
Israele ha governato la Striscia di Gaza dal 1967 al 2005 e ne mantiene un controllo dello spazio aereo, delle acque territoriali e dell’accesso marittimo (oltre che del lato israeliano della barriera tra Israele e la Striscia). L’Egitto, che ha governato la Striscia di Gaza tra il 1948 e il 1967, ne controlla invece la frontiera meridionale. Da quando il governo israeliano il 14 agosto 2005 ha disposto l’evacuazione della popolazione israeliana dalla Striscia e lo smantellamento delle colonie che vi erano state costruite (il cosiddetto piano di disimpegno unilaterale israeliano), ne sono successe di cose: dagli scontri tra i militari e i coloni israeliani che non volevano evacuare al passaggio dei territori nelle mani dei palestinesi, dagli atti di distruzione da parte dei palestinesi su sinagoghe e infrastrutture lasciate dagli israeliani alla vittoria di Hamas alle elezioni, dagli scontri tra Hamas e al-Fath (il partito del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese) alla nuova fase del conflitto tra Hamas e Israele, dai lanci di missili Qassam e i colpi di mortaio contro installazioni e città israeliane all’embargo israeliano verso la Striscia con annesse missioni di guerra e cosiddetti assassinii mirati contro esponenti palestinesi.
Oggi, la situazione è estremamente grave.
Il 19 dicembre scorso sono ripresi i lanci di razzi da parte di Hamas contro Israele; le motivazioni addotte si riferiscono soprattutto alla grave situazione umanitaria interna provocata, a dire dei leader di Hamas, dall’embargo israeliano ai danni della Striscia (c’è da dire che cibo e aiuti umanitari potevano passare). A fronte di questi nuovi attacchi di Hamas, il 27 dicembre 2008 i vertici politici israeliani hanno lanciato l’operazione “Piombo fuso” contro la Striscia, con bombardamenti aerei su vasta scala; poi, la notte del 3 gennaio 2009 è iniziata l’invasione di terra da parte dell’esercito israeliano. Oggi, il bilancio dei morti e dei feriti aumenta col passare delle ore, mentre si combatte per le strade di questa martoriata zona del pianeta.

 “I bambini si svegliano all’improvviso nel cuore della notte piangendo o gridando dalla paura… sono traumatizzati da ciò che accade a Gaza. Hanno visto corpi abbandonati ai lati delle strade o nei cortili di casa. Ora, sta succedendo tutto di nuovo” ci ha confessato un leader di una chiesa di Gaza. “Il rumore delle bombe è terrificante, qualcuno lo chiama “la grande voce”, perché è profondo e incessante. Continua senza sosta e non puoi mai sapere quale edificio colpirà la prossima volta” ribadisce con angoscia. “Molti a Gaza non hanno idea di quello che sta accadendo. Spesso manca l’energia elettrica, quindi non hanno radio, televisione o internet. La gente è costretta a chiamare gli amici o la famiglia che vivono fuori Gaza per essere aggiornati sulla situazione e gli sviluppi a Gaza stessa!
La moglie di un pastore ci racconta che la chiesa battista di Gaza è stata danneggiata quando la vicina stazione di polizia è stata bombardata dagli israeliani, un attacco in cui sono morte 40 persone; nessun membro della chiesa, però, è stato ferito in questo bombardamento.

fonte articolo www.porteaperteitalia.org

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La Musica Hip-Hop Rap fa avvicinare i giovani a Dio!!!

kurtis-blow-the-breaks

kurtis-blow-the-breaks

 

Anche il rap può essere uno strumento per far conoscere la parola di Dio.

Il 7 gennaio 2003 vari giornali riportano questo pensiero di Kurtis Blow, uno dei grandi esponenti della cultura hip hop fin dal 1979 quando il suo The breaks ha fatto il giro del mondo.

L’artista è tra i fondatori di “The hip-hop church”, un progetto che intende utilizzare la musica hip hop per togliere i giovani delle periferie nere dai rischi della strada e portarli all’impegno nelle comunità religiose. «Dobbiamo far capire ai giovani la grandezza del disegno di Dio. Per far questo occorre rendere più immediata e comprensibile la Sua parola utilizzando linguaggi che loro capiscono. Il rap è uno di questi», ha dichiarato Blow.

La “hip hop church”, oltre a lui, schiera una band, un coro e alcuni break dancer e agisce nelle chiese producendosi in rime d’argomento religioso su ritmiche hip hop fornite da un dj posto sotto l’altare. L’idea sta ottenendo consensi e le prime ad accoglierla con entusiasmo sono state due parrocchie di Harlem a New York: la Abyssinian Baptist Church sulla 138a strada e la Zion Church sulla 146ma.

 
Fonte: www.rockemartello.com
 

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