Bhutan: il paese della felicità interna lorda – dossier

Bhutan - Bimbo

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Fonte articolo www.porteaperteitalia.org

Il Regno del Bhutan è un piccolo stato montuoso dell’Asia con poco più di 650.000 abitanti, incastonato nella famosa catena dell’Himalaya e attorniato da stati come la Cina (Tibet) e l’India. La terra del drago (o Druk Yul, così gli abitanti chiamano il loro paese, mentre il termine Bhutan è usato per lo più all’estero) è una monarchia assoluta che vive una fase di transizione verso una forma di monarchia costituzionale (o comunque genericamente più democratica), traghettata lentamente dall’attuale sovrano Jigme Khesar Namgyal Wangchuck, 28 anni, bello, colto ed educato ad Oxford, a detta di molti il sovrano più giovane del mondo.E’ un angolo di pianeta molto particolare questo paese ove il tiro con l’arco risulta lo sport nazionale; isolato, impervio, straordinariamente verde, il Bhutan segue una rigida politica di rispetto della terra, con un governo imperiale che si preoccupa per la felicità dei propri sudditi, addirittura istituendo un apposito ministero che ha, tra gli altri, il compito di calcolare un indice chiamato “Felicità Interna Lorda”, misurante il grado di benessere della popolazione. Ma, dunque, perché troviamo il Bhutan addirittura in undicesima posizione nella lista di Porte Aperte dei paesi dove la persecuzione è reale, al di sopra di realtà più conosciute come Pakistan, India, Iraq, Egitto, Cina e Nigeria?

Purtroppo, come sempre accade nelle utopie umane, nel progetto di felicità nazionale non rientrano tutti gli abitanti di questo paese, anzi una buona fetta di popolazione rimane fuori dalle attenzioni del re e dalle promesse firmate con inchiostro d’oro di gioia e cura eterne. Da oltre due decenni, infatti, il governo limita le libertà religiose e applica una politica intimidatoria nei confronti di tutte le persone che hanno un aspetto fisico/culturale diverso dall’etnia maggioritaria buddista ngalong: tra questi, naturalmente, vi sono i cristiani. Un esempio? Prendiamo il più recente, di cui si hanno notizie da fonti internazionali.

In un paese considerato un bastione del Buddismo ci si aspetterebbe un’atmosfera sociale mite e tollerante, così come lo stereotipo consegnatoci dal cinema e dalla TV ci insegna, ma chi segue Porte Aperte (e non solo, naturalmente) sa benissimo (leggasi per esempio Bangladesh: monaci buddisti rapiscono un gruppo di cristiani) che le insidie per i cristiani esistono anche in una società a maggioranza buddista. Un leader di una comunità cristiana in crescita in Bhutan, i mesi scorsi, aveva deciso di organizzare una riunione speciale in concomitanza con le feste natalizie. Durante la riunione, alcuni ufficiali del governo hanno fatto irruzione nel locale di culto, interrompendo l’assemblea con grida e insulti e costringendo i presenti a subire un pesante interrogatorio e a dare le proprie generalità, subito annotate in un elenco di indesiderati.
Lascerai la tua religione o questo paese?”, è stata la domanda fatta da un ufficiale al leader della comunità, alzando bene la voce a beneficio di tutti gli spaventatissimi credenti presenti. “Non stiamo facendo nulla di male contro il nostro paese, perciò non rinnegheremo la nostra fede e non lasceremo il nostro paese” è stata la risposta del leader cristiano. Gli ufficiali hanno lasciato il locale di culto spiegando ai presenti le potenziali e gravi conseguenze di questa loro scelta e informandoli che in futuro ognuno di loro sarà oggetto di ricerche e di interrogatori da parte delle autorità.

Lo scoraggiamento, la paura, i dubbi derivanti da intimidazioni di questo tipo sono inevitabili. In Bhutan il Corpo di Cristo non rientra nel progetto di felicità nazionale del giovane re, anzi è oggetto di pressioni, minacce e persecuzione. 
Benvenuti, dunque, nella felice terra del drago!

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