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Sri Lanka: in Parlamento arriva una legge anti-conversione

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fonte articolo www.porteaperteitalia.org

Il Parlamento dello Sri Lanka potrebbe varare nel breve una legge appositamente dedicata a bloccare le conversioni religiose. Un comitato permanente creato per lavorare su un “Documento per la Proibizione delle Conversioni Forzate” ha presentato il suo rapporto al Parlamento il 6 gennaio scorso, suggerendo la presentazione di meno emendamenti per spianare la strada al voto finale in febbraio.Il provvedimento criminalizza ogni atto di conversione o tentativo di convertire con la forza o l’inganno una persona da una religione a un’altra. Chi violerà questa legge potrebbe rischiare fino a 7 anni di prigione e/o 500.000 rupie (circa 7.950 euro). I movimenti per i diritti civili e le chiese cristiane dicono che tale provvedimento viola il diritto di libertà religiosa costituzionalmente sancito e legittima la persecuzione a danno delle minoranze religiose. I leader cristiani nello Sri Lanka hanno ripetutamente espresso preoccupazione per il fatto che la legge, così com’è, è pericolosamente aperta a varie e soggettive interpretazioni che potrebbero criminalizzare non solo le legittime attività religiose, ma anche le altrettanto legittime azioni sociali (e umanitarie) fatte da organizzazioni basate su principi religiosi. 

Una donna cristiana, che dirige una fondazione umanitaria a favore degli orfani, mi ha chiesto se potrebbe essere accusata di violare questa nuova legge nel caso in cui tra i bambini di cui si occupa vi siano bambini non cristiani” ci ha detto un avvocato indiano. “Ora le persone ci penseranno due volte prima di aiutare i poveri e i bisognosi, per paura di essere accusati di un crimine a causa di questa legge”.

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India: affrontiamo l’emergenza

India - Casa Distrutta

India - Casa Distrutta

Fonte Articolo www.porteaperteitalia.org.

 Il rischio che si corre quando la stampa non dedica più molta attenzione a un evento drammatico, perché concentrata su altre tragedie o perché tale evento risulta “inflazionato a livello mediatico”, è che si dimentichi che l’emergenza permane, che il dolore non è cessato, che il lavoro da fare è molto.Così potrebbe accadere con la situazione in Orissa, India, ora che la stampa italiana (e internazionale) si concentra su altre questioni, come per esempio la Striscia di Gaza (a tal proposito leggete Israele-Palestina: il conflitto decima i cristiani e Israele-Palestina: a Gaza emergenza umanitaria, anche per i cristiani – Dossier): ma l’emergenza rimane, i campi profughi sono ancora là, gli sfollati (oltre 50.000) affrontano le stesse esigenze e le stesse paure, tra condizioni igieniche precarie, malattie, mancanza di viveri, impossibilità di ritornare alle loro case perché distrutte, con l’angoscia dei cari perduti sempre vivida nei loro cuori e quelle immagini di follia omicida e di terrore stampate nelle loro menti.
Mentre gli estremisti indù sembrano soddisfatti di questa prima ondata di violenze, Porte Aperte si adopera per portare aiuti ai cristiani perseguitati, collaborando anche con altre realtà missionarie e umanitarie per rendere più efficaci gli interventi. Vi avevamo già parlato della nostra opera a favore dei fratelli indiani (opera resa possibile grazie anche a voi) e lo avevamo fatto con un articolo intitolato India: Porte Aperte risponde alla crisi in Orissa: oggi vi diamo un breve aggiornamento.

Non mancano gli ostacoli nella distribuzione degli aiuti, poiché alcune zone sono state difficili da raggiungere e in altre non ci è stato permesso di entrare (Kandhamal per esempio), perciò siamo stati costretti a indirizzare i nostri sforzi sulla parte del territorio accessibile.
Nella prima fase abbiamo consegnato aiuti nei campi profughi governativi come vestiti, coperte, lenzuola, utensili vari, articoli da bagno e, non lo dimentichiamo mai, Bibbie, prendendo nota del fatto che la distribuzione di cibo, seppur molto modesta e non del tutto sufficiente, avveniva senza eccessivi intoppi. Alimenti e generi come quelli appena elencati sono stati distribuiti anche a quelle famiglie rimaste fuori dai campi profughi allestiti dal governo e rifugiatesi in zone rurali nella fuga dalle violenze degli estremisti indù. Abbiamo identificato ONG di indubbia affidabilità oltre che chiese locali e missioni evangeliche, avviando un’indispensabile collaborazione al fine di rendere più efficace la distribuzione degli aiuti: 1.000 consistenti pacchi di viveri hanno raggiunto 1.000 famiglie, mentre oltre 780 pacchi di articoli (come quelli sopra elencati) sono stati distribuiti in 7 differenti distretti.
Nella seconda fase abbiamo migliorato la logistica e la distribuzione, individuando luoghi adatti per lo stivaggio della merce (cosa di non facile realizzazione) e garantendo altri 1.000 pacchi di viveri con maggiore facilità e raggiungendo nel distretto di Rudangiya altre 290 famiglie. Nel campo profughi di questa zona stiamo garantendo assieme alle chiese locali il rifornimento quotidiano di viveri. Ci giungono continue richieste di aiuto da alcune scuole e orfanatrofi, perciò è stata presa la decisione di fornire aiuti alimentari ad alcune di queste istituzioni per bambini. Pacchi di viveri e vestiario aggiuntivi sono stati distribuiti in punti chiave nei distretti di Kalahandi, Bargadh, Balangir, Navrangpur e Gajapati.
Nella terza fase siamo riusciti ad entrare nel distretto di Kandhamal, segno che le autorità hanno riconosciuto l’aiuto dato alla popolazione e hanno tolto alcuni ostacoli al nostro lavoro missionario. Migliaia di pacchi sono stati indirizzati e stivati in questa zona (tra le maggiormente colpite); con questo nuovo anno è già cominciata la distribuzione (sempre cibo, vestiario, articoli per il bagno, la casa, la cura personale, ecc…) e si prevede di poter concludere questa fase entro metà febbraio.

Per ovvie ragioni di sicurezza omettiamo molti particolari dell’attività di Porte Aperte, ma ci sembrava opportuno aggiornarvi sulla situazione, poiché quanto facciamo lo dobbiamo soprattutto a coloro che sostengono come possono la missione di Porte Aperte a favore dei cristiani perseguitati.
Grazie a tutti.
Di cuore.

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Somalia: uccidere coloro che portano aiuti umanitari è la nuova strategia del terrore

Somalia Esecuzione

Somalia Esecuzione

Ben 24 uomini impegnati come collaboratori per agenzie che forniscono aiuti umanitari in Somalia sono stati brutalmente uccisi da fondamentalisti islamici in questo 2008.  Una delle vittime era un ex-musulmano convertitosi al cristianesimo, al quale è toccata una punizione esemplare proprio per aver abbracciato ormai da 3 anni la fede cristiana. Di quanto vi raccontiamo esiste un villaggio intero di testimoni (Manyafulka, a 10 km da Baidoa) e addirittura un video, girato con un cellulare proprio dai carnefici.Mansuur Mohammed, di 25 anni d’età, un collaboratore del World Food Program (WFP), è stato catturato da un manipolo di estremisti islamici del gruppo di Shabab, i quali, con il volto rigorosamente coperto, hanno inscenato una sorta di processo sommario di fronte agli attoniti abitanti del villaggio di Manyafulka. Prima di mostrare alla gente la vittima, gli estremisti hanno affermato – secondo i racconti dei testimoni che Porte Aperte vi riporta – che stavano preparando un banchetto per loro quel giorno, facendo loro credere che avrebbero macellato una pecora o un altro animale per tale festa (usanza comune da quelle parti). Poi, invece, davanti ai loro occhi è apparso Mansuur Mohammed, legato e costretto a stare in ginocchio; uno degli estremisti ha letto con enfasi alcuni passi del Corano, mentre un altro accusava la vittima di essere un “murtid” (un infedele che si è convertito dall’Islam al Cristianesimo). Tra le crescenti grida inneggianti Allah del gruppo di estremisti, uno dei carnefici ha sguainato una spada somala, mentre un altro teneva la testa di Mohammed, il quale però appariva calmo, in pace, quasi distaccato. La decapitazione è avvenuta davanti agli sguardi inorriditi della gente del villaggio, mentre un estremista riprendeva la scena con un telefonino (il filmato poi è stato fatto girare, una sorta di monito terrificante).

Casi simili si registrano anche a Lower Juba, una provincia della Somalia, mentre moltissime famiglie di cristiani scappano cercando rifugio in Kenya, Etiopia e Djibouti.

La situazione in questo stato del corno d’Africa, dunque, è in costante peggioramento, con picchi di disumana violenza come quello appena descritto. Ma l’efferatezza degli omicidi non deve distogliere l’attenzione dalla lucidità del piano messo in azione negli ultimi tempi dagli estremisti islamici in Somalia, ovvero aggredire sistematicamente (oltre 100 gli attacchi avvenuti solo quest’anno) le organizzazioni che portano aiuti e viveri, in un paese in cui oltre 3.2 milioni di persone (circa un terzo della popolazione) sopravvive grazie ad essi. Destabilizzare, impaurire, minacciare, violentare e massacrare, questi gli elementi cardine dell’azione dei fondamentalisti islamici in quelle zone.

Fonte articolo porte aperte italia

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