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Bangladesh: nuovo governo, nuove speranze

bangladesh pastore cristiano

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Oltre 153 milioni di abitanti per una grande e relativamente giovane nazione (sono passati solo 37 anni dall’indipendenza dal Pakistan), il Bangladesh purtroppo ci sta fornendo molte notizie su cui riflettere. Poco meno del 90% della popolazione è musulmana (l’Islam è la religione di stato), ma anche se la Costituzione sancisce la libertà di religione, non mancano le persecuzioni nei confronti dei cristiani, una triste realtà diffusa in gran parte del mondo islamico in questi anni.A questo proposito vi invitiamo a leggere anche l’articolo Bangladesh: monaci buddisti rapiscono un gruppo di cristiani, dove si mettono in luce alcuni atti persecutori perpetrati in certe zone anche dalla minoranza buddista sempre nei confronti dei cristiani.

Oggi, però, portiamo alla vostra attenzione il caso del pastore Jhontu Biswas (31 anni), da circa un anno oggetto di violenze e minacce da parte della maggioranza musulmana del suo paese. I residenti di Fulbaria, 270 km a ovest di Dhaka, sostengono che sia stato accusato di “fuorviare” i musulmani attraverso la distribuzione di opuscoli. Durante l’importante festa islamica Eid al-Adha il 9 dicembre scorso, si sono radunati oltre 4.000 musulmani ed è proprio in questa occasione che una folla guidata da alcuni agitatori ha deciso di affrontare il pastore Biswas, accusandolo appunto di voler fuorviare i musulmani e minacciando di morte lui e altri cristiani convertiti se nelle elezioni in programma il 29 dicembre fosse andato al potere un partito più integralista (com’era nelle speranze dei fondamentalisti). Solo un anno prima, il pastore Biswas era stato arrestato durante un incontro in chiesa, con la falsa accusa di spaccio di droga. Una borsa con delle sostanze stupefacenti era stata abbandonata nel retro della chiesa da uno spacciatore della zona, istigato da un gruppo di integralisti, i quali avevano fatto intervenire la polizia guidandola direttamente verso la borsa. Che fosse una meschina messinscena era apparso subito chiaro quando il pastore, ammanettato dai poliziotti, era stato portato in una moschea lì vicino (non alla centrale di Polizia dunque), per essere pestato e torturato al fine unico di “riportarlo all’Islam”. Sazi delle torture inflitte, i poliziotti avevano poi portato il pastore in prigione, dove però non era stato accolto dalle autorità preposte a causa delle sue pessime condizioni fisiche! A quel punto era stato portato all’ospedale, curato e poi sbattuto in carcere per 20 giorni.

Tornando ad oggi, fortunatamente per il pastore e per i cristiani in generale, la Lega Awami, il partito laico di centro-sinistra che ha poi vinto le elezioni, non include i partiti più integralisti come il Jamaat-e-Islami; anzi gli osservatori politici, dopo due anni di stato d’emergenza e di governo militare di transizione, vedono la vittoria di questa coalizione con un ponderato ottimismo, vista la matrice più democratica di tale formazione politica. Per molti, tuttavia, sembra difficile un miglioramento radicale della situazione dei cristiani in un paese in cui l’Islam riesce ad avere un’influenza così massiccia nel territorio: staremo a vedere

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Nigeria: 6 pastori uccisi, 40 chiese rase al suolo e oltre 25.000 sfollati

Nigeria

Nigeria

Fonte articolo www.porteaperteitalia.org

La follia omicida scatenata dai musulmani a Jos, capitale dello stato nigeriano di Plateau, ha un bilancio impressionante: 500 morti, di cui 6 pastori, 40 chiese distrutte e oltre 25.000 sfollati, secondo i dati che ci arrivano sia dalle testimonianze di cristiani del luogo, che da fonti autorevoli quali la National Emergency Management Agency (NEMA).  Ora che il quadro si è fatto più chiaro, la polizia sostiene di essere intervenuta per arginare l’ondata di violenze scatenata dagli integralisti islamici contro i cristiani. Le forze dell’ordine sarebbero state costrette a sparare contro i rivoltosi, assolutamente decisi a portare avanti un vero e proprio massacro: dopo gli scontri, a terra rimanevano 400 persone, mentre 100 sarebbero i cristiani massacrati dai rivoltosi, tra cui i 6 pastori di cui sopra.I sei pastori uccisi
Brevemente vi raccontiamo la storia di Joseph Yari della Chiesa Evangelica dell’Africa Occidentale (vedi foto), una delle vittime degli scontri, attraverso le parole della moglie Mary. Joseph stava tornando a casa dal lavoro percorrendo la Ibrahim Taiwo Road, quando decise di andare a dare una mano nella vicina chiesa battista presa d’assalto dagli integralisti islamici. “Poco dopo aver lasciato mio marito, mi giunse la notizia che era stato raggiunto da colpi di pistola, l’angoscia mi pervase ed esplosi a piangere” ci racconta la moglie Mary. “Loro non capiscono la gravità del crimine che hanno commesso, perché non hanno conosciuto Cristo Gesù” afferma la donna dopo aver perdonato gli assassini di suo marito. Emmanuel Kyari, pastore della suddetta Chiesa Battista di Cristo, ci ha riferito che Joseph Yari è morto nel tentativo di aiutare altri cristiani che cercavano di fermare gli integralisti decisi a voler dar fuoco alla chiesa. “Joseph era dietro a mia moglie quando è stato raggiunto dai colpi di pistola e con lui altre tre persone sono state uccise a sangue freddo”, riporta il pastore della chiesa. Sabato 6 dicembre, negli scontri è stato ucciso il pastore della Chiesa Evangelica dell’Africa Occidentale Ephraim Masok. Gli stessi giorni sono stati assassinati il pastore James della Chiesa di Cristo in Nigeria, il pastore Bulus Tsetu delle Assemblee di Dio, altri tre leader cristiani, i cui nomi non sono ancora stati resi noti. Tra le chiese attaccate figurano: Chiesa Evangelica dell’Africa Occidentale, a Rikkos; Chiesa Battista a Kaunar, Rikkos; Chiesa Battista di Cristo, a Tudun-Wada; Chiesa Battista a Nasarawa; Adebayo Street First Baptist Church; Sarkin Mangu COCIN Church; Chiesa Evangelica dell’Africa Occidentale a Kunga; Chiesa Battista della Vittoria, a Gofang; Deeper Life Bible Church, a Ungwar Rimi; e Chiesa Battista Emmanuel, anch’essa a Ungwar Rimi.

Violenze premeditate?
Le violenze sono iniziate alle prime ore del 28 novembre scorso, mentre ancora si aspettavano i risultati delle elezioni che sarebbero alla base delle rivolte (leggi anche Nigeria: Centinaia di morti e migliaia di persone in fuga, la capitale è nel caos). Secondo le informazioni raccolte da più fonti, bande di giovani integralisti musulmani avevano già iniziato a bruciare pneumatici, ad appiccare incendi in case, scuole e chiese, a partire proprio dall’una del mattino del 28 novembre, quindi, come si diceva, prima di sapere i risultati delle elezioni a Jos (perse in maniera schiacciante dai musulmani). I primi omicidi risalgono proprio alle prime ore del mattino e le vittime sono tutti non musulmani. Gli integralisti, infatti, hanno iniziato l’ondata di attacchi quasi in contemporanea nelle aree di Nasarawa Gwong, Congo-Russia, Rikkos, Ali Kazaure, Bauchi Road, Dutse Uku, Ungwar Rimi e Tudun-Wada. Dagli altoparlanti delle moschee nell’area di Dilimi, in quelle prime ore risuonavano richiami alla “Jihad” (guerra santa) rivolti ai musulmani. Gli attacchi sono stati eseguiti anche contro le forze dell’ordine (persino contro una caserma), le quali hanno risposto duramente. Cristiani e altri non musulmani hanno cercato di difendere se stessi e le loro proprietà: da qui la controffensiva ai danni degli integralisti, con un bilancio di alcune moschee e case di musulmani distrutte (anche se gli stessi integralisti hanno in più di un’occasione sbagliato il bersaglio, finendo per uccidere, ferire e danneggiare persone e proprietà musulmane).

In soli due giorni (poi altri scontri si sono verificati nei giorni a seguire) ci sono state centinaia di vittime, nonché molti altri feriti ricoverati presso il Jos University Teaching Hospital, l’ECWA Evangel Hospital, l’OLA Hospital e il Plateau State Specialist Hospital. Più di 25.000 sfollati hanno trovato rifugio presso la caserma militare di Rukuba, la caserma della NDLEA (Nigerian Drug Law Enforcement Agency) e il quartier generale e la caserma della Polizia, questo secondo i dati ufficiali della NEMA.

Il procuratore generale dello stato del Plateau, Edward Pwajok, ha dichiarato in una comunicazione ufficiale di martedì 9 dicembre scorso, che circa 500 persone sono state arrestate per le suddette violenze. Questi scontri non sono dei casi isolati in queste zone, altri simili avvennero nel 2001 e nel 2004.

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