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Pakistan, vietato scrivere “Gesù Cristo” in un sms

Pakistan, vietato scrivere "Gesù Cristo" in un sms


Articolo di: Porte Aperte Italia.org

Qualche giorno fa, l’Autorità delle Telecomunicazioni del Pakistan ha ordinato alle società di telefonia mobile del paese di bloccare gli sms che contengono alcune parole ritenute volgari, oscene o nocive al senso del pudore e ha fornito una dettagliata lista di 1600 termini deprecabili tra cui troviamo le parole Gesù Cristo. Il Pakistan è un paese profondamente islamico, in cui i cristiani, come sapete, sono oggetto di discriminazione e persecuzione anche brutale, ma è comunque pazzesco pensare che addirittura le autorità abbiano accostato Gesù a termini osceni, pornografici e violenti. Eppure la percezione di sempre più musulmani devoti in Pakistan è proprio questa: i cristiani sono un insulto, così come è una vergogna per il paese il loro Salvatore Gesù.

Tale provvedimento ha scatenato la reazione delle Chiese cristiane e delle organizzazioni per i diritti umani, pronte a inondare i tribunali di ricorsi; a ciò si è aggiunta la valanga di lamentele degli operatori telefonici e della popolazione stessa che fa larghissimo uso di telefonini e non vuole essere censurata persino negli sms. Ecco dunque che arriva puntuale la marcia indietro delle autorità: la censura è ritirata, anzi forse solo ridimensionata a una dozzina di parole, tra le quali si spera non vi sia ancora il nome di Gesù. Il punto è che questo paese cede visibilmente sotto la pressione dell’islamismo radicale e degli attentati dei talebani legati ad Al Qaida, mostrandosi dunque incapace di arginare questa avanzata intollerante e violenta. I cristiani patiscono sempre di più questa virata islamico-radicale del paese (ricordiamo che sono stati uccisi il ministro cristiano cattolico Batthi e il governatore Taseer, entrambi impegnati per abolire la legge contro la blasfemia, arma legale usata contro i cristiani).

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Pakistan: un inesorabile declino

 

Pakistan

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fonte articolo www.porteaperteitalia.org

Il Presidente pakistano Asif Ali Zardari ha firmato la legge che introduce la Sharia (la legge islamica) nella regione di Swat, al confine tra il Pakistan e l’Afghanistan, ottenendo dai Talebani un instabile cessate il fuoco come controparte. Così la Valle di Swat, che un tempo era una zona turistica soprannominata la Svizzera Orientale per le sue splendide montagne, in sostanza passa – anche a livello più o meno formale – sotto il controllo dei Talebani, i quali avevano già dall’estate del 2007 iniziato a far funzionare i temutissimi tribunali islamici (istituzioni religiose atte a far applicare la Sharia, prevista del resto dalla Costituzione pakistana), moltiplicando quindi le esecuzioni sommarie, distruggendo le scuole miste e imponendo restrizioni alla libertà delle donne.Oltre a questo e agli attentati delle ultime settimane, in Pakistan vi è un generale e progressivo peggioramento, tanto che molte organizzazioni internazionali umanitarie hanno deciso di o sono state invitate a ritirare le loro delegazioni e interrompere i loro progetti: il disastro nel disastro. E i cristiani? Le persecuzioni aumentano, la situazione peggiora, le segnalazioni di vessazioni, attacchi e ingiustizie fioccano negli ultimi tempi.

Un esempio di qualche giorno fa: la Polizia ha dichiarato innocenti 3 pakistani accusati del rapimento di una ragazzina cristiana di 13 anni, malgrado ci fossero testimoni oculari ed evidenze scientifiche della loro colpevolezza. All’udienza presso la corte del distretto di Nankana Sahib, la Polizia della città di Sangla Hill (un centinaio di km da Lahore) ha dichiarato innocenti Mohammed Shahbaz (40 anni), Waqas Sadiq (30) e Yousaf Sadiq (25) dalle accuse di rapimento e minacce alla povera Ambreen Masih. “In Pakistan è sempre stato così, i ricchi possono contattare la Polizia e cambiare il corso di un’investigazione” ci dice l’avvocato Akbar Durrani. “Per quanto riguarda i cristiani, loro non possono nemmeno fare pressioni per avere una giusta e onesta investigazione”.

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Pakistan: le crisi dimenticate

Pakistan - Chiesa

Pakistan - Chiesa

Fonte articolo www.porteaperteitalia.org

Medici senza Frontiere, con la collaborazione dell’Osservatorio di Pavia, denuncia le crisi umanitarie più gravi e al contempo dimenticate nel 2008 dai mass media in Italia, dove le notizie in TV su tali crisi occupano solo il 6% del totale, nettamente surclassate dai gossip di vario genere, una deriva dei TG che è sotto gli occhi di tutti. Nel rapporto di Medici senza frontiere si parla di malnutrizione, di emergenza sanitaria, di paesi come il Myanmar, il Congo, l’Etiopia, la Somalia e il Pakistan, naturalmente la lista è lunga, e a Porte Aperte lo sappiamo bene, perché è il nostro pane quotidiano.Ogni organizzazione umanitaria si focalizza su uno o più temi, su uno o più progetti, che possono  essere la fame nel mondo, la lotta all’AIDS, la protezione dei bambini, delle vedove di guerra, dei profughi e molto altro; il campo d’azione purtroppo è ampio, il lavoro è immane, e in questo mosaico Porte Aperte si inserisce prendendosi cura dei cristiani perseguitati, dei nostri fratelli e sorelle che soffrono in paesi dove la persecuzione è reale. Porte Aperte qualche settimana fa ha pubblicato un elenco delle 10 crisi che hanno sconvolto il mondo cristiano, mentre è novità di una settimana o poco più, la WWList 2009, ovvero la lista nera, l’elenco completo dei paesi ove la persecuzione è reale.

Tra le dieci crisi dimenticate del 2008 Msf cita i civili uccisi o in fuga nel Pakistan nordoccidentale; di questo paese Porte Aperte si occupa spesso purtroppo, dato che l’integralismo islamico sta crescendo e prendendo possesso di ruoli chiave nella società pakistana, dando luogo a un susseguirsi di atti di violenza a danno dei cristiani. In certe zone del Pakistan, dunque, vi è un’emergenza umanitaria legata ai cristiani che non va dimenticata: oggi vi riportiamo il caso di una donna uccisa in un attacco contro una chiesa di Sangu-Wali, un villaggio vicino alla città di Aroop nel distretto di Gujranwala.

Con pistole e bastoni un gruppo di musulmani ha attaccato la chiesa presbiteriana e le case vicine in una piccola area del villaggio a predominanza cristiana, uccidendo una donna e ferendo 16 persone: il fatto è accaduto la settimana scorsa e il pretesto è un’accusa di rapina e violenza a carico dell’organizzatore dei raid, tale Waseem Butt. Quest’ultimo il 26 febbraio, assieme a un complice, individuato in Zeeshan Butt, aveva rapinato, picchiato e tentato di violentare un giovane cristiano di 18 anni, Imran Masih: è scattata da parte dei familiari l’accusa ai due malviventi presso la Polizia che ha scatenato, secondo quanto riportato da Sohail Johnson, direttivo del gruppo civile Sharing Life Ministries Pakistan. Nel violentissimo attacco, Waseem Butt ha radunato un gruppo di amici e parenti musulmani integralisti e hanno aggredito da più direzioni la piccola comunità, uccidendo a sprangate la povera Shakeela Bibi (45 anni), ferendo gravemente la madre di quest’ultima e altre 15 persone, ricoverate nell’ospedale di zona.

Alla base degli attacchi in queste zone del Pakistan vi è la convinzione da parte di gruppi di musulmani che i cristiani siano uno scarto della società, reietti privi di ogni diritto e quindi potenziali bersagli di angherie, violenze e, persino, assassinii. Il giovane Masih ha subito pressioni, minacce e addirittura gli sono state offerte somme di denaro per ritirare ogni accusa, mentre la Polizia ha arrestato Waseem Butt e altri due colpevoli. La famiglia della vittima vive nel terrore, espresso dalle parole del marito: “Uccideranno anche noi”.

Per un approfondimento leggi anche Pakistan: e la sharia avanza – dossier.

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Pakistan: e la sharia avanza – dossier

pakistan_aleem

fonte articolo www.porteaperteitalia.org

E’ notizia di questi giorni l’attacco USA a un supposto campo di addestramento terroristico in territorio pakistano, precisamente nel distretto tribale di Kurram, nel nord ovest del Pakistan, con più di trenta vittime accertate secondo i primi soccorsi, ma con un bilancio destinato a crescere. A scaricare al suolo le bombe è stato un drone, ovvero un aereo americano telecomandato privo di equipaggio a bordo, inizialmente usato per ricognizione ma recentemente anche per azioni di guerra.Mentre l’aviazione americana investe in ricerca annunciando l’arrivo in un futuro ormai prossimo di droni in grado non soltanto di volare, ma anche di camminare e di spostarsi sull’acqua, gli USA della nuova amministrazione Obama continuano una precisa politica militare in alcune zone del Pakistan, con attacchi mirati contro postazioni terroristiche (siamo al quarto attacco di questo tipo da quando è stato eletto il presidente Barak Obama; lo scorso sabato, un raid aereo con le stesse modalità nel Sud-Waziristan aveva causato la morte di una trentina di persone, per lo più mujaheddin stranieri).

Il presidente del Pakistan Asif Ali Zardari mantiene un atteggiamento poco chiaro riguardo all’integralismo di matrice islamica che si sta diffondendo con drammatica velocità nel suo paese; egli, infatti, rilascia interviste a emittenti straniere come la CBS, affermando: “Il Pakistan sta combattendo una guerra per la sua sopravvivenza contro i Taleban… Indispensabile fermare l’ascesa e l’influenza dei Taliban usando la forza” (notizia ripresa da La Repubblica). D’altra parte una notizia di oggi de Il Corriere della Sera riporta quanto segue: “Il governo e i leader islamici hanno concluso un accordo che prevede la possibile applicazione della legge islamica, la sharia, nella Valle di Swat, nel nordovest del paese, dove da tempo sono in corso violenti combattimenti tra l’esercito e i fondamentalisti”. E’ evidente che i conflitti interni in questo grande paese (oltre 155 milioni di abitanti per un’estensione territoriale circa due volte e mezza l’Italia) siano intensi e preoccupanti, ma come stanno i cristiani pakistani?

Più volte vi abbiamo dato notizie sulle condizioni dei cristiani in quelle zone (a tal proposito leggi Pakistan: la legge non è uguale per tutti e Pakistan: altri casi di “blasfemia” costringono cristiani alla fuga), oggi vogliamo sottolineare la crescente pressione a cui sono sottoposti dalle frange estremiste islamiche, sempre più influenti in molte parti del paese. Un caso tra i tanti è quello accaduto qualche giorno fa, in cui un centinaio di manifestanti hanno circondato l’edificio di un tribunale gridando minacce di morte ai danni di un cristiano, colpevole di aver mandato un sms ritenuto “blasfemo” col suo cellulare. Hector Aleem, questo il nome del cristiano (che vedete nella foto), dirige una piccola agenzia che spesso difende i diritti dei cristiani nella zona di Rawalpindi. La polizia locale ha fatto irruzione a casa sua alle 1:30 del mattino del 22 gennaio scorso, picchiando lui, la moglie e le due figlie e danneggiando l’appartamento, per poi arrestarlo con l’accusa di blasfemia. Aleem si trova nella prigione Adiyala a Rawalpindi, dove la polizia lo maltratta negandogli cibo e cure mediche (soffre di cuore). Il giudice Sakhi Mohammad Kohut del tribunale che sta trattando il caso, ha prosciolto Aleem dalle assurde accuse, ma tarda a rilasciarlo forse anche perché convinto che le minacce di morte nei confronti dell’imputato lanciate dalla folla di estremisti siano reali. Sembra proprio che con la violenza i fondamentalisti islamici non solo tengano in scacco le autorità giuridiche, ma manovrino in molte zone anche la polizia locale.

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Bangladesh: nuovo governo, nuove speranze

bangladesh pastore cristiano

bangladesh pastore cristiano

Oltre 153 milioni di abitanti per una grande e relativamente giovane nazione (sono passati solo 37 anni dall’indipendenza dal Pakistan), il Bangladesh purtroppo ci sta fornendo molte notizie su cui riflettere. Poco meno del 90% della popolazione è musulmana (l’Islam è la religione di stato), ma anche se la Costituzione sancisce la libertà di religione, non mancano le persecuzioni nei confronti dei cristiani, una triste realtà diffusa in gran parte del mondo islamico in questi anni.A questo proposito vi invitiamo a leggere anche l’articolo Bangladesh: monaci buddisti rapiscono un gruppo di cristiani, dove si mettono in luce alcuni atti persecutori perpetrati in certe zone anche dalla minoranza buddista sempre nei confronti dei cristiani.

Oggi, però, portiamo alla vostra attenzione il caso del pastore Jhontu Biswas (31 anni), da circa un anno oggetto di violenze e minacce da parte della maggioranza musulmana del suo paese. I residenti di Fulbaria, 270 km a ovest di Dhaka, sostengono che sia stato accusato di “fuorviare” i musulmani attraverso la distribuzione di opuscoli. Durante l’importante festa islamica Eid al-Adha il 9 dicembre scorso, si sono radunati oltre 4.000 musulmani ed è proprio in questa occasione che una folla guidata da alcuni agitatori ha deciso di affrontare il pastore Biswas, accusandolo appunto di voler fuorviare i musulmani e minacciando di morte lui e altri cristiani convertiti se nelle elezioni in programma il 29 dicembre fosse andato al potere un partito più integralista (com’era nelle speranze dei fondamentalisti). Solo un anno prima, il pastore Biswas era stato arrestato durante un incontro in chiesa, con la falsa accusa di spaccio di droga. Una borsa con delle sostanze stupefacenti era stata abbandonata nel retro della chiesa da uno spacciatore della zona, istigato da un gruppo di integralisti, i quali avevano fatto intervenire la polizia guidandola direttamente verso la borsa. Che fosse una meschina messinscena era apparso subito chiaro quando il pastore, ammanettato dai poliziotti, era stato portato in una moschea lì vicino (non alla centrale di Polizia dunque), per essere pestato e torturato al fine unico di “riportarlo all’Islam”. Sazi delle torture inflitte, i poliziotti avevano poi portato il pastore in prigione, dove però non era stato accolto dalle autorità preposte a causa delle sue pessime condizioni fisiche! A quel punto era stato portato all’ospedale, curato e poi sbattuto in carcere per 20 giorni.

Tornando ad oggi, fortunatamente per il pastore e per i cristiani in generale, la Lega Awami, il partito laico di centro-sinistra che ha poi vinto le elezioni, non include i partiti più integralisti come il Jamaat-e-Islami; anzi gli osservatori politici, dopo due anni di stato d’emergenza e di governo militare di transizione, vedono la vittoria di questa coalizione con un ponderato ottimismo, vista la matrice più democratica di tale formazione politica. Per molti, tuttavia, sembra difficile un miglioramento radicale della situazione dei cristiani in un paese in cui l’Islam riesce ad avere un’influenza così massiccia nel territorio: staremo a vedere

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Pakistan: la legge non è uguale per tutti

pakistan

Fonte articolo www.porteaperteitalia.org

 

L’escalation di tensione tra India e Pakistan suscita l’apprensione degli analisti internazionali e potenziali scenari di un quarto conflitto tra queste due potenze atomiche (già scongiurato una volta nel 2001) prendono corpo negli incubi di molti. Sono due stati che non stanno vivendo il loro periodo migliore, fa notare più di qualcuno; l’India non sembra garantire quella stabilità interna necessaria per proporsi al mondo nel ruolo di neopotenza di spicco nel mercato globale, tanto che, nonostante la gratuita pubblicità positiva fatta da varie testate giornalistiche occidentali, non convince molti investitori e imprenditori delle nostre parti (italiani in testa).Il vero e proprio pogrom contro i cristiani avvenuto e tuttora in corso – nonostante la surreale e poco convincente “tregua natalizia” – nello stato di Orissa, ha scoraggiato molti che vedevano l’India come la nuova terra delle opportunità e la nazione di Gandhi e della pace, deturpata da follie integraliste esattamente come i paesi più radicali di questo pianeta. Il Pakistan, dal canto suo, palesa un’instabilità e una corruzione di fondo che lo segnalano come uno dei paesi meno ospitali (per noi occidentali) del mondo: ed è proprio per una questione di “ospitalità” o, meglio, provenienza che le relazioni tra questi due paesi hanno subito negli ultimi giorni un repentino peggioramento. Le indagini sugli attentati di Mumbai hanno chiarito che la provenienza dei terroristi è riconducibile proprio ai territori pakistani, scelti spesso dagli estremisti per nascondersi e addestrarsi. L’India alza i toni e il Pakistan risponde ammassando forze militari nei confini con l’antico rivale e sguarnendo così le frontiere con l’Afghanistan, zone dove il traffico di armi e morte è in costante aumento.

Dell’India vi abbiamo parlato spesso e vi continueremo a parlare in futuro, oggi, con una breve storia, vi ricordiamo come siano costretti a vivere i cristiani in Pakistan. Vi riportiamo la vicenda personale di Emanuel Masih, cristiano di 43 anni, incarcerato e torturato per un banale litigio tra bambini. Il figlio di Masih e di un poliziotto che risponde al nome di Omer Draz, entrambi di nove anni, hanno avuto un tipico diverbio tra bambini, al quale è seguita la reazione folle di Omer Draz, che ha usato tutta la sua influenza per imprigionare, torturare e successivamente far condannare a 5 anni di prigione il povero Emanuel Masih. La facilità con cui ha ottenuto ciò che voleva il poliziotto la dice lunga sulle condizioni della legge in Pakistan; questi, infatti, ha inventato capi d’imputazione contro Masih e il cognato, è riuscito impunemente a incarcerarli e torturarli fisicamente e psicologicamente per un mese intero, tanto che Emanuel ne è uscito addirittura paralizzato. La gravità delle ferite riportate dalle torture è tale che la corte ha emesso un ordine di scarcerazione temporanea in data 21 dicembre scorso, per ricoverarlo presso il Faisalabad Hospital. In Pakistan, decisamente, la legge non è uguale per tutti, specie se si è cristiani.

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India: tra attentati e follia omicida, i cristiani temono il Natale

India

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Fonte articolo www.porteaperteitalia.org

Mentre l’opinione pubblica internazionale si interroga sulla serie di attentati a Mumbai, le relazioni tra India e Pakistan si inaspriscono e nuove bombe vengono scoperte dalle forze dell’ordine indiane nella stazione centrale della capitale, i cristiani in quella che veniva definita la democrazia più grande del mondo tremano all’avvicinarsi delle feste natalizie, convinti che le forze estremiste indù stiano preparando un’altra ondata di violenze a loro danno.In effetti, le paure sono del tutto motivate, non solo perché davvero poco è stato fatto per garantire sicurezza ai cristiani indiani, ma anche perché gli estremisti indù del Sangh Parivar stanno muovendo le loro pedine per trovare un buon pretesto per scatenare nuovamente la follia omicida.

A tale conclusione si arriva a causa di alcune pessime notizie che arrivano dalle fonti locali di Porte Aperte. Gli estremisti indù hanno fatto espressa richiesta di decretare per le feste natalizie il cosiddetto bandh, che è una sorta di sciopero generale di gran parte della società indiana, intimando alla gente di starsene chiusi in casa e di non andare a lavorare. I cristiani (e non solo loro, ma anche le autorità) temono che il bandh in realtà sia solo un pretesto per attaccare chiunque festeggi pubblicamente la nascita di Cristo.  Secondo quanto scritto dal giornale Outlook India, la potente organizzazione induista Sangh Parivar starebbe facendo pressione sulle autorità per accettare l’imposizione del bandh, anche se questa forma di protesta è stata dichiarata illegale dalla Corte Suprema Indiana nel 1998. Il presidente della Laxmanananda Saraswati Condolence Society (una specie di organizzazione che commemora il defunto leader estremista indù) ha minacciato apertamente le autorità dello stato di Orissa dicendo loro che il bandh si farà se non verranno arrestati i colpevoli dell’assassinio del leader Saraswati: il dramma è che le indagini della Polizia hanno chiarito che a eseguire l’attentato è stato il movimento maoista, il quale peraltro ha apertamente rivendicato l’assassinio, ma gli estremisti indù non sembrano interessati alla verità, sembrano piuttosto cercare un pretesto per annientare i cristiani.

A tutto questo va aggiunto il fatto che nelle ultime due settimane nel distretto di Kandhamal (sempre nello stato di Orissa) sono stati accertati altri omicidi di cristiani: la violenza continua, i profughi rimangono, l’emergenza non cessa, con in più il terrore delle feste natalizie che si avvicinano, decisamente in India “il conflitto è reale”!

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