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Pakistan: le crisi dimenticate

Pakistan - Chiesa

Pakistan - Chiesa

Fonte articolo www.porteaperteitalia.org

Medici senza Frontiere, con la collaborazione dell’Osservatorio di Pavia, denuncia le crisi umanitarie più gravi e al contempo dimenticate nel 2008 dai mass media in Italia, dove le notizie in TV su tali crisi occupano solo il 6% del totale, nettamente surclassate dai gossip di vario genere, una deriva dei TG che è sotto gli occhi di tutti. Nel rapporto di Medici senza frontiere si parla di malnutrizione, di emergenza sanitaria, di paesi come il Myanmar, il Congo, l’Etiopia, la Somalia e il Pakistan, naturalmente la lista è lunga, e a Porte Aperte lo sappiamo bene, perché è il nostro pane quotidiano.Ogni organizzazione umanitaria si focalizza su uno o più temi, su uno o più progetti, che possono  essere la fame nel mondo, la lotta all’AIDS, la protezione dei bambini, delle vedove di guerra, dei profughi e molto altro; il campo d’azione purtroppo è ampio, il lavoro è immane, e in questo mosaico Porte Aperte si inserisce prendendosi cura dei cristiani perseguitati, dei nostri fratelli e sorelle che soffrono in paesi dove la persecuzione è reale. Porte Aperte qualche settimana fa ha pubblicato un elenco delle 10 crisi che hanno sconvolto il mondo cristiano, mentre è novità di una settimana o poco più, la WWList 2009, ovvero la lista nera, l’elenco completo dei paesi ove la persecuzione è reale.

Tra le dieci crisi dimenticate del 2008 Msf cita i civili uccisi o in fuga nel Pakistan nordoccidentale; di questo paese Porte Aperte si occupa spesso purtroppo, dato che l’integralismo islamico sta crescendo e prendendo possesso di ruoli chiave nella società pakistana, dando luogo a un susseguirsi di atti di violenza a danno dei cristiani. In certe zone del Pakistan, dunque, vi è un’emergenza umanitaria legata ai cristiani che non va dimenticata: oggi vi riportiamo il caso di una donna uccisa in un attacco contro una chiesa di Sangu-Wali, un villaggio vicino alla città di Aroop nel distretto di Gujranwala.

Con pistole e bastoni un gruppo di musulmani ha attaccato la chiesa presbiteriana e le case vicine in una piccola area del villaggio a predominanza cristiana, uccidendo una donna e ferendo 16 persone: il fatto è accaduto la settimana scorsa e il pretesto è un’accusa di rapina e violenza a carico dell’organizzatore dei raid, tale Waseem Butt. Quest’ultimo il 26 febbraio, assieme a un complice, individuato in Zeeshan Butt, aveva rapinato, picchiato e tentato di violentare un giovane cristiano di 18 anni, Imran Masih: è scattata da parte dei familiari l’accusa ai due malviventi presso la Polizia che ha scatenato, secondo quanto riportato da Sohail Johnson, direttivo del gruppo civile Sharing Life Ministries Pakistan. Nel violentissimo attacco, Waseem Butt ha radunato un gruppo di amici e parenti musulmani integralisti e hanno aggredito da più direzioni la piccola comunità, uccidendo a sprangate la povera Shakeela Bibi (45 anni), ferendo gravemente la madre di quest’ultima e altre 15 persone, ricoverate nell’ospedale di zona.

Alla base degli attacchi in queste zone del Pakistan vi è la convinzione da parte di gruppi di musulmani che i cristiani siano uno scarto della società, reietti privi di ogni diritto e quindi potenziali bersagli di angherie, violenze e, persino, assassinii. Il giovane Masih ha subito pressioni, minacce e addirittura gli sono state offerte somme di denaro per ritirare ogni accusa, mentre la Polizia ha arrestato Waseem Butt e altri due colpevoli. La famiglia della vittima vive nel terrore, espresso dalle parole del marito: “Uccideranno anche noi”.

Per un approfondimento leggi anche Pakistan: e la sharia avanza – dossier.

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India: affrontiamo l’emergenza

India - Casa Distrutta

India - Casa Distrutta

Fonte Articolo www.porteaperteitalia.org.

 Il rischio che si corre quando la stampa non dedica più molta attenzione a un evento drammatico, perché concentrata su altre tragedie o perché tale evento risulta “inflazionato a livello mediatico”, è che si dimentichi che l’emergenza permane, che il dolore non è cessato, che il lavoro da fare è molto.Così potrebbe accadere con la situazione in Orissa, India, ora che la stampa italiana (e internazionale) si concentra su altre questioni, come per esempio la Striscia di Gaza (a tal proposito leggete Israele-Palestina: il conflitto decima i cristiani e Israele-Palestina: a Gaza emergenza umanitaria, anche per i cristiani – Dossier): ma l’emergenza rimane, i campi profughi sono ancora là, gli sfollati (oltre 50.000) affrontano le stesse esigenze e le stesse paure, tra condizioni igieniche precarie, malattie, mancanza di viveri, impossibilità di ritornare alle loro case perché distrutte, con l’angoscia dei cari perduti sempre vivida nei loro cuori e quelle immagini di follia omicida e di terrore stampate nelle loro menti.
Mentre gli estremisti indù sembrano soddisfatti di questa prima ondata di violenze, Porte Aperte si adopera per portare aiuti ai cristiani perseguitati, collaborando anche con altre realtà missionarie e umanitarie per rendere più efficaci gli interventi. Vi avevamo già parlato della nostra opera a favore dei fratelli indiani (opera resa possibile grazie anche a voi) e lo avevamo fatto con un articolo intitolato India: Porte Aperte risponde alla crisi in Orissa: oggi vi diamo un breve aggiornamento.

Non mancano gli ostacoli nella distribuzione degli aiuti, poiché alcune zone sono state difficili da raggiungere e in altre non ci è stato permesso di entrare (Kandhamal per esempio), perciò siamo stati costretti a indirizzare i nostri sforzi sulla parte del territorio accessibile.
Nella prima fase abbiamo consegnato aiuti nei campi profughi governativi come vestiti, coperte, lenzuola, utensili vari, articoli da bagno e, non lo dimentichiamo mai, Bibbie, prendendo nota del fatto che la distribuzione di cibo, seppur molto modesta e non del tutto sufficiente, avveniva senza eccessivi intoppi. Alimenti e generi come quelli appena elencati sono stati distribuiti anche a quelle famiglie rimaste fuori dai campi profughi allestiti dal governo e rifugiatesi in zone rurali nella fuga dalle violenze degli estremisti indù. Abbiamo identificato ONG di indubbia affidabilità oltre che chiese locali e missioni evangeliche, avviando un’indispensabile collaborazione al fine di rendere più efficace la distribuzione degli aiuti: 1.000 consistenti pacchi di viveri hanno raggiunto 1.000 famiglie, mentre oltre 780 pacchi di articoli (come quelli sopra elencati) sono stati distribuiti in 7 differenti distretti.
Nella seconda fase abbiamo migliorato la logistica e la distribuzione, individuando luoghi adatti per lo stivaggio della merce (cosa di non facile realizzazione) e garantendo altri 1.000 pacchi di viveri con maggiore facilità e raggiungendo nel distretto di Rudangiya altre 290 famiglie. Nel campo profughi di questa zona stiamo garantendo assieme alle chiese locali il rifornimento quotidiano di viveri. Ci giungono continue richieste di aiuto da alcune scuole e orfanatrofi, perciò è stata presa la decisione di fornire aiuti alimentari ad alcune di queste istituzioni per bambini. Pacchi di viveri e vestiario aggiuntivi sono stati distribuiti in punti chiave nei distretti di Kalahandi, Bargadh, Balangir, Navrangpur e Gajapati.
Nella terza fase siamo riusciti ad entrare nel distretto di Kandhamal, segno che le autorità hanno riconosciuto l’aiuto dato alla popolazione e hanno tolto alcuni ostacoli al nostro lavoro missionario. Migliaia di pacchi sono stati indirizzati e stivati in questa zona (tra le maggiormente colpite); con questo nuovo anno è già cominciata la distribuzione (sempre cibo, vestiario, articoli per il bagno, la casa, la cura personale, ecc…) e si prevede di poter concludere questa fase entro metà febbraio.

Per ovvie ragioni di sicurezza omettiamo molti particolari dell’attività di Porte Aperte, ma ci sembrava opportuno aggiornarvi sulla situazione, poiché quanto facciamo lo dobbiamo soprattutto a coloro che sostengono come possono la missione di Porte Aperte a favore dei cristiani perseguitati.
Grazie a tutti.
Di cuore.

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Bangladesh: monaci buddisti rapiscono un gruppo di cristiani

bangadlesh - donna con bambino

bangadlesh - donna con bambino

Fonte articolo www.porteperteitalia.org

Un gruppo di monaci buddisti tengono prigionieri in una pagoda 13 cristiani neo-convertiti, in un distretto montano del sud-est del Bangladesh, con l’obiettivo dichiarato di farli tornare forzatamente al Buddismo. L’aspetto che rende ancor più preoccupante questa faccenda è il fatto che l’amministrazione locale del sotto-distretto di Jorachuri (nel distretto di Rangamati, circa 300 km a sud-est di Dhaka), sta aiutando i monaci buddisti a tenere segregati i cristiani rapiti.Va ricordato che il Bangladesh non è di certo una nazione buddista; infatti per l’87% circa la popolazione è musulmana, per il 9% induista, per lo 0,7% buddista, per meno dell’1% sono cristiani, mentre il resto sono altre piccole minoranze. Un portavoce della Chiesa Cristiana Parbatta Adivasi (zona montana), a condizione di rimanere anonimo per motivi di sicurezza, ha parlato della terribile situazione che vivono i cristiani in queste zone. “I 13 cristiani sono imprigionati all’interno della pagoda dal 10 dicembre scorso e forzatamente viene loro intimato di diventare buddisti; vengono obbligati a eseguire tutti i rituali buddisti – è stato loro rasato il capo e devono indossare la caratteristica tonaca arancione” ci racconta il portavoce. I prigionieri sono tutti uomini, di età compresa tra i 28 e i 52 anni, e si sono convertiti al cristianesimo negli ultimi mesi.

Secondo le fonti locali, dietro queste azioni anti-cristiane ci sono persone con un nome e un volto conosciuti: due monaci buddisti, Pronoyon Chakma e Jianoprio Vikku, e due membri del consiglio locale, Vira Chakma e Rubichandra Chakma, assieme ad altri 9 leader buddisti. A quanto pare, questo rapimento potrebbe inserirsi in un piano più ampio di conversioni forzate e sembra proprio che l’obiettivo principale siano i cristiani della zona. Un leader cristiano ha affermato che i leader buddisti stanno cercando anche di intimare ai cristiani della zona di andarsene, sfrattandoli dalle loro case e dalle loro proprietà, dicendo loro che non possono vivere in un’area prevalentemente buddista. Le minacce, di fatto, sembrano funzionare, perché alcune famiglie sono sparite dalla circolazione.

Sempre secondo le fonti di Porte Aperte, il presidente della Mogdhan Union Council, Arun Kanti Chakma, ha avvertito i cristiani della zona che saranno ostacolati e picchiati se non ritorneranno al Buddismo, e se poi dovessero convertirsi nuovamente al Cristianesimo, saranno addirittura uccisi.
In un’altra zona montagnosa a Khaokhali, sempre vicino all’area di Jorachuri, a un gruppo di circa 50 neo-convertiti al Cristianesimo è stata tolta la libertà di comunicare con il resto del mondo: viene loro impedito di recarsi nella vicina cittadina di Rangamati e vivono una sorta di isolamento forzato. Vengono minacciati di fare la stessa fine dei 13 rapiti se non si riconvertiranno al Buddismo. Tutte queste persone non denunciano i soprusi alla polizia, per paura delle reazioni degli integralisti, convinti che la polizia non li proteggerà mai 24 ore su 24.

La cosa singolare è che l’opinione pubblica in generale (e in particolare quella italiana) ha un’idea del buddismo che richiama alla mente concetti come pace e tolleranza, mentre, senza voler generalizzare in maniera grossolana, la realtà in certe zone di questo pianeta è ben diversa. Per noi è importante far conoscere al mondo queste realtà: l’integralismo religioso – esattamente come altre forme di integralismo, nell’accezione più negativa del termine – svuota la fede di ogni senso e conduce l’uomo ai gesti più folli.

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Pakistan: altri casi di “blasfemia” costringono cristiani alla fuga

pakistan -carcere

pakistan -carcere

Un dottore cristiano, in prigione da mesi (e per la precisione dal 5 maggio 2008) con l’accusa di “blasfemia”, è stato assolto la scorsa settimana, mentre un altro cristiano e sua figlia sono in carcere con l’accusa di aver profanato il Corano ormai da oltre un mese. Il dott. Robin Sardar della provincia di Punjab (Pakistan) è stato rilasciato il 4 novembre dopo che la sua accusa di blasfemia contro il profeta Maometto era risultata infondata, secondo quanto dichiarato da Ezra Shujaab della All Pakistan Minorities Alliance (Alleanza delle Minoranze Pakistane).Per arrivare a questo risultato vi è stata una scrupolosa investigazione che ha portato a dichiarare innocente il dott. Sardar. Ma i problemi per quest’uomo e per la sua famiglia non sono finiti con la piena assoluzione. Infatti il dott. Sardar aveva subito delle minacce di morte da parte di un gruppo di abitanti musulmani della sua stessa cittadina, i quali non avevano esitato a dichiararlo morto se fosse stato assolto. Così dal momento dell’incarcerazione (circa sei mesi fa), la sua famiglia è stata costretta a sparire dalla circolazione, in fuga dalle bande di estremisti islamici che sembrano dettare legge in quel paese. Allo stesso modo, anche il dott. Sardar è stato costretto a scappare senza lasciare tracce dopo la sua scarcerazione.

Altri gruppi di estremisti, così com’è accaduto per Sardar e la sua famiglia, non hanno esitato ad imbracciare bastoni e taniche di kerosene, per attaccare la casa di Gulsher Masih, dopo che sua figlia era stata accusata di profanare il Corano, il 9 ottobre scorso nel villaggio di Tehsil Chak Jhumra. Ebbene lui e sua figlia (di 25 anni, il cui nome è Sandal Gulsher) sono in carcere dal 10 ottobre, mentre il resto della famiglia è stata costretta alla fuga. Inutile dire che queste accuse hanno un obiettivo preciso, quello di piegare la volontà dei cristiani e di farli “tornare all’Islam”.

fonte articolo www.porteaperteitalia.org

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India : l’orrore continua!!!

 

india orissa

india orissa

Le notizie di tragici eventi solitamente finiscono nelle prime pagine dei giornali quando sono “fresche”, poi via via perdono appeal nei lettori e vengono relegate in posizioni secondarie, fino a scomparire dall’occhio distratto di chi guarda la TV, sfoglia un giornale o naviga in internet. Il compito di Porte Aperte, però, è anche quello di aggiornarvi sulla realtà della chiesa perseguitata e sfruttiamo questo spazio per aggiornarvi sulla situazione in India, che, vi assicuriamo, nonostante sia in parte scomparsa dalle prime pagine non è di certo risolta, anzi. 

Ci giungono notizie aggiornate in ogni momento e parlano di continui attacchi alle chiese in Karnataka, Orissa, Andhra Pradesh, Uttarakhand, Maharashtra, di uccisioni, di feriti, di rapimenti, di pestaggi e torture fisiche e psicologiche nei confronti dei credenti in India. Gli attacchi sono mirati a decapitare la struttura della chiesa cristiana, in quanto spesso l’oggetto delle violenze sono i leader e i pastori: l’obiettivo degli estremisti indù è dunque minarne le fondamenta forti di una ferocia che ha sconvolto la comunità internazionale. Più che il frutto della follia di svariati gruppi di fondamentalisti sembra di assistere a qualcosa di addirittura strutturato e rigorosamente pianificato. 

La Polizia non agisce con fermezza, spesso prende semplicemente atto della persecuzione nei confronti dei cristiani, la sua inerzia o il suo ritardo nell’agire ci lasciano basiti e con noi milioni e milioni di cristiani nel mondo. Per questo alleghiamo una petizione attraverso la quale chiediamo conto al governo indiano e lo sollecitiamo a fare tutto il possibile per riportare la pace e la stabilità nella regione.

fonte articolo porte aperte italia

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La lotta senza fine per chi diventa cristiano in Egitto

cristiani perseguitati

cristiani perseguitati

Mohammed Ahmed Hegazy è forse il più famoso cristiano in Egitto, costretto a vivere per questa sua scelta di fede in perenne fuga. Nato nel paese delle piramidi 25 anni fa e vissuto per gran parte della sua vita secondo i dettami del mondo musulmano, dopo la sua conversione dall’Islam al Cristianesimo ha cercato di fare qualcosa che nessuno aveva mai osato fare fino a quel momento: certificare il suo cambio di fede con apposita dicitura inserita nella sua carta di identità.Per questa particolare scelta, il suo volto è diventato famoso, immortalato su canali TV e giornali di vario genere, elemento questo che ha letteralmente sconvolto la sua vita: il fatto di essere riconoscibile ovunque, l’ha trasformato in un bersaglio vivente per i fondamentalisti islamici che, naturalmente, lo vogliono morto, ai quali si aggiungono anche alcuni membri della sua stessa famiglia.

Sono passati circa 8 mesi da quando una corte egiziana ha emesso un verdetto sul suo caso con una sentenza che sancisce di fatto la persecuzione contro i cristiani neoconvertiti: un musulmano che lascia l’Islam viola le leggi islamiche. Le leggi islamiche, naturalmente, permettono la conversione all’Islam, mentre bandiscono il fenomeno inverso. Dal momento della sentenza, Hegazy è stato costretto a fuggire e a spostarsi di città per 5 volte, con moglie e figlia al seguito, a causa delle minacce da parte dei fondamentalisti.

Hegazy fa sapere al mondo che la sua vita è in costante pericolo, come peraltro quella di ogni cristiano in un paese, l’Egitto, da tempo meta turistica di migliaia di italiani (e non solo naturalmente).  Nell’immaginario collettivo del popolo italiano, questo paese, infatti, risulta essere mite e ben poco collegato all’ondata persecutoria a cui sono sottoposti i cristiani in altri paesi musulmani. In realtà, l’Egitto nasconde questo lato oscuro, di cui Porte Aperte vi ha parlato in diverse occasioni. 

Hegazy e la sua famiglia, spossati dalla persecuzione, vorrebbero fuggire dal paese, ma il loro problema è quello di molti altri neoconvertiti perseguitati, ovvero la mancanza del passaporto; per richiederlo infatti sarebbero costretti a ritornare nella loro città natale, dove ovviamente non riceverebbero un caldo benvenuto, anzi potrebbero andare incontro a un destino di morte. Hegazy vive una vita in fuga e in un incontro segreto avvenuto il mese scorso con inviati di Compass Direct News, ha affermato che la sua situazione è simile a quella di molti altri cristiani, perseguitati dallo Stato e dalla loro famiglia, perché la costituzione egiziana è basata sulla sharia (legge islamica).

La famiglia Hegazy attende in segreto la fine del calvario giudiziario, informata sugli sviluppi dal loro avvocato; Mohammed Ahmed non esita ad affermare che il clamore mediatico del loro caso ha scosso l’opinione pubblica e che forse potrà servire a fare qualche passo in avanti verso cambiamenti che i “credenti nascosti” attendono con ansia.

fonte articolo porte aperte italia

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Ancora soprusi contro i Cristiani in India

India - scena di vita

India - scena di vita

Mentre le tensioni continuano nello stato orientale di Orissa, gruppi di nazionalisti indù intensificano gli attacchi alle chiese e alle istituzioni cristiane anche nello stato del Karnataka. Gli estremisti indù hanno falsamente accusato di “conversioni forzate” gli operai cristiani mentre il governo dello stato indiano di Karnataka, guidato Partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party, è intenzionato a chiudere le chiese. Sajan K. George del Global Council dei cristiani indiani ha dichiarato all’agenzia Compass che più di 200 persone hanno attaccato la chiesa “Mission Action Prayer Fellowship” nel villaggio di Bada, nel distretto di Davangere, domenica 7 settembre, accusando i cristiani di aver pressato gli indù a convertirsi. George ha riferito che un funzionario della città di Davangere ha disposto la demolizione di tre chiese nella città (la chiesa Eternal Life, la chiesa Divine Healing Ministry e la chiesa Jesus Prayer Hall) dichiarando che gli edifici sono illegali. Alle tre chiese sono stati posti i sigilli. Il giornale The Indian Express ha riportato che le autorità hanno etichettato le chiese come “non autorizzate” e un rappresentante dell’associazione cristiana  Christian Legal Association (CLA) ha riferito a Compass che sono state inviate richieste ad altre 13 chiese di procurarsi una licenza per poter tenere i loro culti. “Questa è una violazione della libertà religiosa prevista dalla Costituzione Indiana” ha riferito un portavoce del CLA. “Non esiste alcuna richiesta simile in nessuno degli stati dell’India”.

 Fonte articolo porte aperte italia

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