Archivi tag: porte aperte italia

Maldive: in paradiso non vi è libertà di culto

Maldive Mare


fonte articolo http://www.porteaperteitalia.org

Assieme all’Arabia Saudita, le Maldive sono l’unica nazione che dichiara una popolazione al 100% musulmana. I quasi 350.000 abitanti delle oltre 1.190 isole coralline dell’arcipelago delle Maldive sono tutti sunniti. O almeno queste sono le stime dichiarate dal governo. Di fatto vi sono circa 70.000 lavoratori espatriati che dichiarano una religione diversa da quella musulmana (tra cui anche il cristianesimo). Inoltre circa 60.000 turisti l’anno, per lo più europei e con una grossa fetta di italiani, visita queste isole per godere del mare azzurro, delle spiagge da cartolina e del lussuoso relax che offrono le circa 45 isole trasformate in villaggi turistici. Di rado i turisti visitano le altre isole, dove invece vive la popolazione locale; tuttavia un contatto con la vera realtà locale (e non quella fittizia dei resort) si ha nella capitale Malé, l’isola dove effettivamente i turisti e i maldiviani possono incontrarsi.
Va detto che nel paese non esiste libertà di culto; nel 2008 un emendamento costituzionale ha negato ai non musulmani di poter ottenere la cittadinanza maldiviana. Dunque, mentre i maldiviani non hanno la libertà di convertirsi a un’altra religione (e quindi di allontanarsi dall’islam) o di diventare apertamente atei, gli stranieri possono praticare la loro fede solo privatamente. Negli anni molti cristiani emigrati, una volta tornati in patria, sono stati arrestati per aver partecipato a una riunione privata oppure si sono visti negare il visto di rimpatrio per mesi o addirittura anni, in quanto ritenuti “connessi con agenzie missionarie straniere”. Vi sono stime tuttavia che parlano di una presenza di cristiani locali, naturalmente costretti a vivere la loro fede nel segreto. La delazione da parte di vicini e conoscenti è sempre in agguato, perciò nessuno osa manifestare pubblicamente il benché minimo dubbio sull’islam.

A quanto pare, gli inglesi, che colonizzarono queste isole nel XIX secolo, tradussero la Bibbia in lingua locale (il Dhivehi) e la resero disponibile sino al 1965, anno di indipendenza della Repubblica delle Maldive. Oggi, nessuno sa come, quelle Bibbie sono misteriosamente “sparite”. In ogni caso secondo i governanti, il tema della libertà religiosa è insignificante, totalmente irrilevante, poiché – sempre secondo loro – nessun maldiviano desidera avere questa libertà.

La popolarità del nuovo presidente Nasheed è in forte calo, nonostante i riconoscimenti nell’ambito della protezione ambientale, di fatto sembra seguire le orme del suo predecessore, il dittatore Gayoom. Intanto la pressione dell’estremismo islamico si fa sentire, un male che può contaminare in breve tempo tutte le strutture del potere affondando le isole delle Maldive molto più in fretta del riscaldamento globale.

Non vi è dunque libertà di culto all’orizzonte per questo “paradiso terrestre”.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Cronaca dal mondo, cultura

Bhutan: il paese della felicità interna lorda – dossier

Bhutan - Bimbo

Bhutan - Bimbo

Fonte articolo www.porteaperteitalia.org

Il Regno del Bhutan è un piccolo stato montuoso dell’Asia con poco più di 650.000 abitanti, incastonato nella famosa catena dell’Himalaya e attorniato da stati come la Cina (Tibet) e l’India. La terra del drago (o Druk Yul, così gli abitanti chiamano il loro paese, mentre il termine Bhutan è usato per lo più all’estero) è una monarchia assoluta che vive una fase di transizione verso una forma di monarchia costituzionale (o comunque genericamente più democratica), traghettata lentamente dall’attuale sovrano Jigme Khesar Namgyal Wangchuck, 28 anni, bello, colto ed educato ad Oxford, a detta di molti il sovrano più giovane del mondo.E’ un angolo di pianeta molto particolare questo paese ove il tiro con l’arco risulta lo sport nazionale; isolato, impervio, straordinariamente verde, il Bhutan segue una rigida politica di rispetto della terra, con un governo imperiale che si preoccupa per la felicità dei propri sudditi, addirittura istituendo un apposito ministero che ha, tra gli altri, il compito di calcolare un indice chiamato “Felicità Interna Lorda”, misurante il grado di benessere della popolazione. Ma, dunque, perché troviamo il Bhutan addirittura in undicesima posizione nella lista di Porte Aperte dei paesi dove la persecuzione è reale, al di sopra di realtà più conosciute come Pakistan, India, Iraq, Egitto, Cina e Nigeria?

Purtroppo, come sempre accade nelle utopie umane, nel progetto di felicità nazionale non rientrano tutti gli abitanti di questo paese, anzi una buona fetta di popolazione rimane fuori dalle attenzioni del re e dalle promesse firmate con inchiostro d’oro di gioia e cura eterne. Da oltre due decenni, infatti, il governo limita le libertà religiose e applica una politica intimidatoria nei confronti di tutte le persone che hanno un aspetto fisico/culturale diverso dall’etnia maggioritaria buddista ngalong: tra questi, naturalmente, vi sono i cristiani. Un esempio? Prendiamo il più recente, di cui si hanno notizie da fonti internazionali.

In un paese considerato un bastione del Buddismo ci si aspetterebbe un’atmosfera sociale mite e tollerante, così come lo stereotipo consegnatoci dal cinema e dalla TV ci insegna, ma chi segue Porte Aperte (e non solo, naturalmente) sa benissimo (leggasi per esempio Bangladesh: monaci buddisti rapiscono un gruppo di cristiani) che le insidie per i cristiani esistono anche in una società a maggioranza buddista. Un leader di una comunità cristiana in crescita in Bhutan, i mesi scorsi, aveva deciso di organizzare una riunione speciale in concomitanza con le feste natalizie. Durante la riunione, alcuni ufficiali del governo hanno fatto irruzione nel locale di culto, interrompendo l’assemblea con grida e insulti e costringendo i presenti a subire un pesante interrogatorio e a dare le proprie generalità, subito annotate in un elenco di indesiderati.
Lascerai la tua religione o questo paese?”, è stata la domanda fatta da un ufficiale al leader della comunità, alzando bene la voce a beneficio di tutti gli spaventatissimi credenti presenti. “Non stiamo facendo nulla di male contro il nostro paese, perciò non rinnegheremo la nostra fede e non lasceremo il nostro paese” è stata la risposta del leader cristiano. Gli ufficiali hanno lasciato il locale di culto spiegando ai presenti le potenziali e gravi conseguenze di questa loro scelta e informandoli che in futuro ognuno di loro sarà oggetto di ricerche e di interrogatori da parte delle autorità.

Lo scoraggiamento, la paura, i dubbi derivanti da intimidazioni di questo tipo sono inevitabili. In Bhutan il Corpo di Cristo non rientra nel progetto di felicità nazionale del giovane re, anzi è oggetto di pressioni, minacce e persecuzione. 
Benvenuti, dunque, nella felice terra del drago!

http://bologna.annuncia.it/Annunci-gratuiti/3-Musica/Musicisti/54179/Carla-Rivi-e-Dj-Mr-Fox-musica-cristiana-live-e-gospel-house.html

1 Commento

Archiviato in Cronaca dal mondo, cultura

Pakistan: e la sharia avanza – dossier

pakistan_aleem

fonte articolo www.porteaperteitalia.org

E’ notizia di questi giorni l’attacco USA a un supposto campo di addestramento terroristico in territorio pakistano, precisamente nel distretto tribale di Kurram, nel nord ovest del Pakistan, con più di trenta vittime accertate secondo i primi soccorsi, ma con un bilancio destinato a crescere. A scaricare al suolo le bombe è stato un drone, ovvero un aereo americano telecomandato privo di equipaggio a bordo, inizialmente usato per ricognizione ma recentemente anche per azioni di guerra.Mentre l’aviazione americana investe in ricerca annunciando l’arrivo in un futuro ormai prossimo di droni in grado non soltanto di volare, ma anche di camminare e di spostarsi sull’acqua, gli USA della nuova amministrazione Obama continuano una precisa politica militare in alcune zone del Pakistan, con attacchi mirati contro postazioni terroristiche (siamo al quarto attacco di questo tipo da quando è stato eletto il presidente Barak Obama; lo scorso sabato, un raid aereo con le stesse modalità nel Sud-Waziristan aveva causato la morte di una trentina di persone, per lo più mujaheddin stranieri).

Il presidente del Pakistan Asif Ali Zardari mantiene un atteggiamento poco chiaro riguardo all’integralismo di matrice islamica che si sta diffondendo con drammatica velocità nel suo paese; egli, infatti, rilascia interviste a emittenti straniere come la CBS, affermando: “Il Pakistan sta combattendo una guerra per la sua sopravvivenza contro i Taleban… Indispensabile fermare l’ascesa e l’influenza dei Taliban usando la forza” (notizia ripresa da La Repubblica). D’altra parte una notizia di oggi de Il Corriere della Sera riporta quanto segue: “Il governo e i leader islamici hanno concluso un accordo che prevede la possibile applicazione della legge islamica, la sharia, nella Valle di Swat, nel nordovest del paese, dove da tempo sono in corso violenti combattimenti tra l’esercito e i fondamentalisti”. E’ evidente che i conflitti interni in questo grande paese (oltre 155 milioni di abitanti per un’estensione territoriale circa due volte e mezza l’Italia) siano intensi e preoccupanti, ma come stanno i cristiani pakistani?

Più volte vi abbiamo dato notizie sulle condizioni dei cristiani in quelle zone (a tal proposito leggi Pakistan: la legge non è uguale per tutti e Pakistan: altri casi di “blasfemia” costringono cristiani alla fuga), oggi vogliamo sottolineare la crescente pressione a cui sono sottoposti dalle frange estremiste islamiche, sempre più influenti in molte parti del paese. Un caso tra i tanti è quello accaduto qualche giorno fa, in cui un centinaio di manifestanti hanno circondato l’edificio di un tribunale gridando minacce di morte ai danni di un cristiano, colpevole di aver mandato un sms ritenuto “blasfemo” col suo cellulare. Hector Aleem, questo il nome del cristiano (che vedete nella foto), dirige una piccola agenzia che spesso difende i diritti dei cristiani nella zona di Rawalpindi. La polizia locale ha fatto irruzione a casa sua alle 1:30 del mattino del 22 gennaio scorso, picchiando lui, la moglie e le due figlie e danneggiando l’appartamento, per poi arrestarlo con l’accusa di blasfemia. Aleem si trova nella prigione Adiyala a Rawalpindi, dove la polizia lo maltratta negandogli cibo e cure mediche (soffre di cuore). Il giudice Sakhi Mohammad Kohut del tribunale che sta trattando il caso, ha prosciolto Aleem dalle assurde accuse, ma tarda a rilasciarlo forse anche perché convinto che le minacce di morte nei confronti dell’imputato lanciate dalla folla di estremisti siano reali. Sembra proprio che con la violenza i fondamentalisti islamici non solo tengano in scacco le autorità giuridiche, ma manovrino in molte zone anche la polizia locale.

1 Commento

Archiviato in Cronaca dal mondo, cultura

Indonesia: anni turbolenti e difficili per i cristiani

Indonesia chiesa distrutta

Indonesia chiesa distrutta

fonte articolo www.porteaperteitalia.org

Molte chiese in Indonesia sono state occupatissime in questo periodo con le funzioni relative alle festività; ma esiste anche un’altra realtà ed è quella delle chiese che hanno subito persecuzioni di varia natura e che quindi sono state chiuse o addirittura abbattute a causa di un crescente estremismo islamico nel più popoloso paese a maggioranza musulmana del mondo. E’ questo il caso della Chiesa Battista di Bekasi…E’ questo il caso della Chiesa Battista di Bekasi (Java Ovest), la quale il 21 novembre si è vista recapitare una richiesta ufficiale di cessazione di tutte le attività religiose e di ripristino della funzione commerciale precedente del locale adibito a chiesa, una doccia fredda per il leader della missione, Bagus Widyatmo. Ma come questa chiesa, altre 30 nel 2008 hanno avuto problemi simili, dalla revoca dei permessi alla chiusura forzata o, addirittura, alla demolizione coatta.

Una decade turbolenta
La chiusura delle chiese è spesso istigata dai fondamentalisti islamici della zona e portata a termine da compiacenti amministrazioni locali. Nei 63 anni di indipendenza di questa grande nazione che conta più di 238 milioni di abitanti, sono stati registrati almeno 1.140 incidenti a danni delle comunità Protestanti o Cattoliche, tuttavia il 60% di essi si sono verificati negli ultimi 10 anni, segno evidente dell’intensificarsi dell’intolleranza nei confronti dei cristiani.  Secondo il Presidente del Jakarta Christian Communication Forum, Theophilus Bela, da un punto di vista sociale l’ordine era più o meno mantenuto dal precedente presidente indonesiano, il discusso Haji Mohammad Suharto. Indubbiamente il presidente Suharto fu un dittatore che sfruttò il paese per i propri interessi, peraltro arricchendosi enormemente, ma durante la sua dittatura l’Indonesia visse una crescita economica notevole, poi, però, praticamente vanificata dalla crisi del 1997. L’ordine veniva mantenuto con l’uso estremo dell’esercito, un metodo pieno di contraddizioni e violenze insensate, con migliaia e migliaia di oppositori politici uccisi. Dopo la caduta di Suharto, la sicurezza interna ne ha inevitabilmente sofferto, come quasi sempre avviene quando cade un dittatore. Spesso di fronte agli incidenti contro i cristiani, le forze dell’ordine sono state a guardare. Dal 1998 al 2008, il fondamentalismo islamico è cresciuto in maniera notevole. “Le incertezze politico-sociali, le turbolenze economiche, la debolezza dello stato e la mancanza di ordine hanno causato la crescita del radicalismo islamico” afferma il Direttore dell’International Centre for Islam and Pluralism, Syafi’i Anwar. Di conseguenza, gli episodi di intolleranza nei confronti dei cristiani sono aumentati, specie nei confronti delle chiese prive di permesso.

Il permesso di culto per una chiesa: spesso una chimera
Per ottenere un permesso, una congregazione deve avere almeno 90 membri, più l’approvazione di almeno 60 vicini di fede diversa (visto che il paese è a stragrande maggioranza islamica, si tratta di vicini musulmani), un permesso dalle autorità locali e una raccomandazione da parte del FKUB, il locale comitato interfede. Se anche si riesce ad avere in mano tutti questi requisiti, la richiesta di permesso cozza contro l’indolenza governativa e la dilagante corruzione nelle amministrazioni, un ostacolo spesso insormontabile. Ci sono casi come quello della Chiesa Protestante di Batak, che pur avendo i requisiti sono costretti a spostare continuamente il luogo di culto, che viene sistematicamente chiuso per mancanza del permesso. In un caso a questa chiesa mancava la raccomandazione del FKUB semplicemente perché il FKUB stesso nella regione non aveva fondi per avere un ufficio e senza ufficio non poteva esistere e, quindi, non poteva emettere l’eventuale raccomandazione: un paradosso che offre un quadro preciso della situazione.
Solo tra il 1999 e il 2002, ben 200 chiese sono state rase al suolo nell’onda di intolleranza religiosa esplosa ad Ambon e Poso. Solo negli ultimi incidenti del 2008, circa 1.000 persone sono rimaste senza casa e 4 chiese sono state distrutte a Maluku, un villaggio a maggioranza cristiana attaccato da bande armate di integralisti islamici (l’ultimo attacco è avvenuto il 9 dicembre scorso, nella foto potete vedere i resti di una chiesa).

C’è chi come il succitato Presidente del Jakarta Christian Communication Forum, Theophilus Bela, spera che il 2009 sia un anno migliore, in virtù della migliore situazione economica del paese, ma altri, vista la crisi globale e la crescita planetaria del fondamentalismo islamico, non sono così positivi nelle loro previsioni.

Lascia un commento

Archiviato in cultura